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I COLORI DEL SIPARIO

(Libro - Algra Editore)

Intervista di Francesco Diego Tosto a Pino Caruso

“L’ATTORE È UN BUGIARDO CHE DICE LA VERITÀ”

Un gran signore, colto, raffinato, sensibile. Mi dà appuntamento all’UNA Hotel Palace di via Etnea a Catania. Lo attendo un po’ timoroso; io, professore di buone letture ma un po’ riservato, lui poliedrico attore, scrittore, regista, a proprio agio tra la gente. cerco di presentarmi, di certo non come giornalista e nemmeno come esperto di critica teatrale, ma in qualità di studioso di letteratura e storia del cristianesimo, prestato provvisoriamente al teatro. gli dono un mio libro, Ultimi o primi, un excursus storico-letterario sulla disabilità fisica e psichica dalle prime civiltà al Cristianesimo e fino al Medioevo. Lo interesserà mai, pensavo? Ma certo! Fu proprio quello l’avvio fortunato e travolgente della nostra conversazione e che fece saltare la scaletta meticolosamente preparata. Forse meglio così. Mi dichiarò infatti di avere molti amici ecclesiastici: il Cardinal Francesco Coccopalmerio, il vescovo di Monreale Francesco Miccichè, Mons. Salvatore Giuliano, don Sergio Mercanzin, direttore del Centro Russia Ecumenica. Non potevo chiedere di meglio: potevamo conversare su un terreno più vicino ai miei interessi, ma le sorprese non erano finite: Pino Caruso va subito all’attacco, loda l’argomento del mio libro per mettere in risalto la discutibile strategia della Chiesa. e cioè evitare argomenti per essa scabrosi! Il teatro può attendere, per ora ascoltiamolo con le sue frecciate, con le sue antitesi, con i suoi paradossi.

Quali argomenti, maestro, la Chiesa vorrebbe evitare?

Tanti. Quello dell’handicap, di cui lei si è occupato. I disabili erano per la Chiesa toccati da Dio, emarginati, colpevoli. E ancora, cito senza ordine, Gesù vegetariano, come risulta dai “Rotoli del Mar Morto”, e di cui non si parla mai. Guardi che non è cosa da poco.

 Anche Lei, per inciso, è un vegetariano?

 Sì, una scelta di civiltà!

E poi?

Poi cosa dire di Sant’Agostino e di San Paolo? Grandi menti che hanno però stravolto il Cristianesimo dando vita al cattolicesimo, che è un’altra cosa. Io – non si meravigli – li vedo un po’ isterici, malati. E non dimentichiamo San Tommaso, per cui la donna è frutto di seme guasto, quando ormai oggi la Chiesa si avvia – presumo – al matrimonio dei preti e al sacerdozio femminile. E i Sacramenti? Il battesimo è un sopruso fatto a un bambino, Che impara senza capire. E poi ancora come si fa a spiegare a un bambino la Trinità? E il divorzio? Se sei credente, e ritieni il matrimonio indissolubile, non sei obbligato a divorziare, ma lascia vivere gli altri. L’indissolubilità del matrimonio (in casi di famiglie dove l’invivibilità è acuta) è immorale nella pratica e impossibile nel diritto.

Eppure lei vive un rapporto indissolubile!

È vero, vivo con mia moglie da 50 anni, ma scegliamo di continuare a farlo di mezz’ora in mezz’ora. Come se dicessimo: restiamo ancora un po’insieme? E così siamo arrivati a cinquant’anni. Non ci si può impegnare a priori per tutta la vita: è una continua scelta.

Non le sembrano, quelle fatte, dichiarazioni un po’ forti ed esagerate? Lei stessi intitola un suo libro Ho dei pensieri che non condivido. Sono sicuro che in questo suo andare controcorrente c’è invece una malinconica e latente religiosità.

Io sono un cristiano miscredente. Coltivo il dubbio, perché le certezze portano al fanatismo. “Il dubbio è il segno più grande di rispetto che l’uomo può manifestare a Dio”, dico in un mio libro. Il dogma, infatti, lo vedo come una prepotenza che l’uomo fa a Dio. Non si stupisca delle mie affermazioni; anche nel suo libro sull’handicap sono certo che tante verità scomode sono presenti.

Certamente ce ne sono, ma la Chiesa ha riscattato questi comportamenti sostenendo sempre, rispetto agli antichi secoli, non solo i disabili, ma tutti i bisognosi.

Vero. Ma io auspico un futuro dove la Chiesa non sia più la Chiesa dei bisognosi, dei poveri,  proprio per mancanza di poveri. E glielo dice uno che lo era a tal punto che ha chiesto l’elemosina a un mendicante.

Ciò che dice le fa onore, ma proprio non c’è niente da salvare nella Chiesa di Cristo?

Sì, Cristo, rivoluzionario sociale, ancora oggi è un valore assoluto.

Cristo è un grande valore ma guardi che il mio libro tende a mostrare che non siamo fermi, la civiltà è in cammino. Prima ai disabili si concedeva la sola assistenza ora si tende a valorizzarli.

La civiltà è in cammino, ma non ci ha ancora raggiunti. E non c’è mai stata. Gli spartani uccidevano i bambini deformi. Aristotele si chiedeva se gli schiavi avessero l’anima. E i Romani? Il Colosseo era un luogo dove i gladiatori si uccidevano l’un l’altro. Purtroppo, appena Cristo è morto, è morto anche il Cristianesimo! Possiamo solo sperare che la Chiesa diventi cristiana. Papa Bergoglio ci sta provando.

E che le religioni convivano nel reciproco rispetto.

Purtroppo, la divisione delle religioni, per continenti (in Europa cristiani, nei paesi arabi musulmani, a loro volta divisi in Sciti e Sunniti) crea e ha creato guerra tra le religioni, che dovrebbero essere una scelta individuale, e non un'mposizione etnicha Se in un palazzo abitassero al primo piano un musulmano scita, al secondo un sunnita, al terzo un cattolico, al quarto un protestante e via discorrendo, alla peggio, invece che guerre di religione, accadrebbero solo liti di condominio.

Un difetto del cattolicesimo.

L’aver fatto del sesso un peccato, e di conseguenza della castità una virtù e della verginità un valore. Sporcando non la sessualità ma una condizione voluta dal Creatore e necessaria alla creazione. Sa cosa le dico? che la castità è contro natura e la verginità un peccato mortale.

Lei ha certamente letto i Padri della Chiesa?

Grandi figure che, proprio per questo, hanno procurato qualche danno. San Paolo, come dicevo, ha modificato il cristianesimo trasformandolo in cattolico; nel senso che ha inventato il cristianesimo pagano. Così come i pagani per ogni cosa, avevano un dio, il cattolicesimo per ogni cosa ha un santo; di conseguenza nasce il culto delle immagini, l’idolatria, le processione, le apparizioni… tutto ciò che attiene più alla superstizione che alla religione. Anche i miracoli sono forme di superstizione e suggestione, e somigliano tanto alle raccomandazioni dei politici; benefici concessi a pochi e non a tutti. Come una qualsiasi raccomandazione politica, non è un favore fatto a qualcuno, ma un torto fatto agli altri.

Cos’è per Lei il peccato?

Peccato non è mangiare carne il venerdì o praticare sesso. Peccato è rubare, non rispettare gli altri, sani e disabili. Alla stazione di Catania non ci sono scivoli per consentire a un disabile in carrozzella di attraversare in modo sotterraneo i vari binari, ma nessuno protesta. Tutti zitti e complici. I siciliani finiscono col diventare complici dei mali che li affliggono, subiscono tutto, eredi di una rassegnazione secolare, che toglie ogni speranza, annulla ogni ambizione.

 E qual è il nesso tra la rassegnazione e l’incultura?

hi non conosce la storia, invece di servirsene per migliorare il presente, la subisce. L’80% degli italiani (siciliani compresi) non legge libri e non va a teatro.

 Sì, è vero, ma gli editori sono sommersi di manoscritti… Insomma, nessuno legge, ma tutti scrivono.

Soprattutto quelli che non sanno scrivere, e pochissimi leggono. Non basta scrivere un libro per diventare uno scrittore; al massimo diventi uno “scrivente”.

Eppure Mozart suonava e componeva a cinque anni… E A. Ligabue e H. Rousseau erano pittori naif, dipingevano d’istinto.

Ma nessuno da bambino ha mai scritto non dico un capolavoro, ma un libro appena decente. Non si scrive per istinto. La scrittura è preparazione, maturità, meditazione, riflessione, necessità di un esercizio continuo. La forma è la sostanza stessa del discorso. E noi italiani, in quanto al leggere, stiamo indietro. E purtroppo un Paese che non legge è privo di difese immunitarie.

Lei è stato definito “un prestigiatore linguistico” per i suoi aforismi, per la sua ironia; pretende, dunque, un pubblico intelligente, già educato.

Non è che uno scrive un libro cretino per i cretini. In Sicilia abbiamo più scrittori che lettori. La maggioranza degli italiani non conosce la Storia, la sua Storia; e chi non sa nulla di ciò che è accaduto prima che nascessimo, chi non sa come e perché siamo arrivati ad essere come siamo, non capisce nemmeno quello che gli accade sotto gli occhi. Leggere serve a vivere tante vite invece di una sola. La vita s’impara leggendo. Leggere è anche viaggiare nel tempo e nello spazio. I libri fanno parlare anche i morti. In altre parole, l’ignoranza guarda e non vede, ascolta e non capisce. e le conseguenze dell’ignoranza si riflettono nella politica.

In che senso?

Non è la politica che governa un paese, ma la sua cultura, il livello medio della cultura dei cittadini. Il livello della classe politica è il livello della cultura di un popolo. persino le dittature sono la proiezione antropologica di un cultura. É il razzismo che ha creato Hitler, non il contrario; non è Napoleone che fa la storia, ma il contrario. Sono gli alberi che fanno i limoni, non il contrario. Brutta cosa l’ignoranza! Purtroppo è asintomatica.

Cioè?

Se uno digiuna a lungo gli vengono i crampi allo stomaco, se uno è ignorante, non gli viene il mal di testa. Se l’ignoranza desse il mal di testa, la cultura di un Paese farebbe un salto di qualità.

Rimanendo nel campo della recitazione e considerate le sue affermazioni, quale funzione principale assegna all’attore: educativa, ludica, etica, sociale. Insomma, chi è l’attore?

Un bugiardo che dice la verità.

Non si rifugi negli aforismi.

Non mi rifugio affatto: l’aforisma non è una scappatoia, è la sintesi di un’analisi. Chiarisce in poche parole ciò che di solito ha bisogno di un discorso lungo, quando non incomprensibile.

 Sì, ma come fa l’attore a dire la verità e nel contempo essere bugiardo?

L’attore è bugiardo perché racconta vicende inventate, ma dice la verità perché attraverso l’invenzione rivela la realtà e quindi la verità.

 E si suoi libri si propongono di dire la verità?

Non la verità in assoluto. Quella chi la può dire? La mia verità. Ma qui mi preme una precisazione. Abbiamo detto che in Italia tutti scrivono, soprattutto quelli che non sanno scrivere. Bene. io non mi sono svegliato una mattina e mi sono messo a scrivere un libro così come si scrive una lettera. I miei libri sono il frutto della mia attenzione sulla scrittura sin da bambino. Belli o brutti non sono stati scritti da dilettante, ma da professionista.

Ho qui due recensioni sul suo primo libro (1987): una di Indro Montanelli, l’altra di Enzo Biagi. Gliele leggo. Scrive Montanelli: “Tra ammicchi felpati e improvvisi guizzi d’intelligenza, l’autore distilla il suo io più vero. Caruso è uno scrittore che si compiace di paradossi… intrisi di irridente e aerea follia”. E Biagi: “Questo libro è un piccolo capolavoro della letteratura del Novecento”. Giudizi lusinghieri. Ma non è questo che mi stupisce.

Di cosa allora?

Lei in quegli anni professava l’arte…

Direi il mestiere…

Come vuole lei… dell’attore comico.

Ho capito cosa sta dicendo: in Italia, aver fatto l’attore comico è come avere precedenti penali… Un critico importante non si accorge nemmeno di un libro scritto da un personaggio così malfamato e, nel caso in cui se ne accorge, non lo ritiene degno di considerazione… non lo legge.

 Mi racconti allora come fu che Montanelli e Biagi invece…

 Ero ospite di Domenica in, dove Montanelli e io presentavamo i nostri libri. Montanelli non trovava la chiave del suo camerino e io lo ospitai nel mio. Mi regalò il suo libro, ma io non osai dargli il mio. Fu lui a chiedermelo. Dopo averlo letto, il giorno dopo scrisse sul suo Giornale la recensione da lei riportata. A Biagi il libro venne dato, invece, me presente, da un funzionario nei corridoi della Rai.

 Si trattava de L’uomo comune, Palma d’oro al Salone internazionale del Libro di Bordighera?

 Quello!

 Complimenti. Non per niente la sua scrittura è stata accostata a quella di Ennio Flaiano, di François de La Rochefoucauld, o addirittura di Oscar Wilde.

 Lasci stare io sono solo Pino Caruso.

 Tra l’altro anche poeta. Il silenzio dell’ultima notte è, nel suo stile, una mordace raccolta di versi.

 Spero.

 Mi lasci riflettere. Lei è un grande attore pirandelliano (memorabili le sue interpretazioni ne Il berretto a sonagli o più di recente nel Non si sa come) e mi accorgo che nel suo dire c’è soddisfazione e amarezza insieme. Mi fa pensare all’umorismo dello scrittore agrigentino, al comico allegro e triste, a quell’amata ironia, a quell’amaro retrogusto.

Forse. I cinque sensi infatti sono sei: il sesto è il senso dell’umorismo, che è l’espressione più alta della realtà. E se si è seri si coltiva il dubbio.

Come si conquista la verità?

Non si conquista. Tutti cercano Dio. Ma non si sa per quale motivo tutti cercano Dio e Dio non  si mostra. Qui mi tocca precisare che quando parlo di Dio, non è di Dio che parlo, ma dell’idea che gli uomini hanno Dio.

Ma c’è chi l’ha scoperto Dio o dice di averLo scoperto. Vorrei provocarla. Forse quando recita Lo incontra ogni sera.

Non Lo incontro. Ma non Lo evito. Tutt'altro.

Forse le manca la fede.

Mi tengo sempre dalla parte opposta. La vita non ha bisogno di sinonimi ma di contrari. Mi spiego: la fede è cieca e io voglio vederci chiaro.

 Il pubblico può aiutarla con empatia nella sua ricerca di senso! Ma l’attore s’immedesima nel personaggio o finge?

Finge. Deve fingere per essere vero. O sembrare vero (in scena, fingere e sembrare sono la stessa cosa). l’interprete, soprattutto, non deve sdoppiarsi, non può partecipare delle emozioni del personaggio. Ne rimarrebbe prigioniero: se recito una scena in cui l’attore-personaggio piange, e la scena finisce con un buio, seguito con il ritorno immediato della luce e con l’inizio di un’altra scena dove l’attore deve ridere, se l’attore piangesse davvero come farebbe in un secondo a diventare allegro.

 Improvvisare riesce meglio all’attore comico o drammatico?

Non mi sono mai piaciute queste definizioni. Il comico e il drammatico si alternano, si mischiano, si sovrappongono, e insieme sono l’esistenza. Per recitare bene, oltre al talento occorre provare, provare a lungo, giorni e giorni. Per improvvisare, invece, occorre di più: l’esperienza di una vita.

 Il teatro è dunque Aperto a ogni rivelazione, alla scoperta della verità e anche di ciò che non si sa. Lei non ha frequentato nessuna scuola…

Non avevo i mezzi… Io volevo fare il tenore, studiare canto, ma bisognava pagare le lezioni, un maestro e allora ho chiesto se c’era qualcosa di più economico. Sì, il teatro di prosa. Io sono autodidatta, cioè sono uno che insegna a se stesso la propria ignoranza. Comunque, può capitare che io nella vita reciti ma a teatro di certo evito. Mi spiego. L’attore non deve far vedere che recita. Tutto ciò che accade deve apparire vero. Nel cinema è più facile: l’attore è calato in una realtà fisica (le strade sono strade vere, per esempio) che conferisce credibilità anche ad un attore modesto; in teatro, invece, la scena è di cartapesta, o di plastica, insomma, la realtà fisica è artificiale ed è l’attore che deve far diventare vero ciò che è falso.

In ultima analisi che cos’è il teatro?

Le rispondo utilizzando le parole di una donna di servizio di Turi Ferro. Trenta quarant’anni fa, questa donna, vivendo in un piccolo paese, non conoscendo la televisione e il teatro, non capiva il lavoro che faceva il suo datore di lavoro, ma intuì dalle sue spiegazioni che il teatro qualcosa che lei definì “opera in presenza” Ed è proprio così. La differenza con il cinema è questa, il film, ad ogni proiezione, è sempre lo stesso, a teatro lo spettacolo, pur essendo il testo lo stesso, la rappresentazione che se ne fa è sempre diversa.

Questa sua saggezza, da molti riconosciuta, aumenta in Lei qualche rimpianto?

Il rimpianto non serve a nulla. Gli uomini passano la prima parte della loro vita a sognare il futuro e la seconda a rimpiangere il passato. Io sono però conosciuto più come attore che come scrittore. In ogni caso, scrivere e recitare sono due facce della stessa realtà. È lo stesso mestiere: quando recito è come se scrivessi. Ad esempio, lo spettacolo che ho messo in scena al Gatto Blu di Gino Astorina, qui a Catania (titolo: Riflessioni), non è stato altro che la lettura o, se preferisce, l’interpretazione di pagine dal mio libro edito da Marsilio, L’uomo comune. Io attribuivo ai miei racconti solo un valore letterario, ma Ficarra e Picone, due amici, ma soprattutto due artisti straordinari, mi hanno convinto a portarli in teatro.

Uno spettacolo riuscito, dallo stile tagliente e dai monologhi geniali e fulminanti. Insomma, sia come scrittore che come attore di teatro Lei ha tanto successo. Ci avviamo alla conclusione: cosa pensa della sua Sicilia?

La Sicilia mi fa pensare a quello che gli insegnanti dicono di alcuni studenti: “È intelligente, ma non si applica”. Non ci sappiamo difendere e diventiamo involontariamente complici dei mali che ci affliggono. Per mali intendo tutte le differenze negative, rispetto al resto del paese, che ci riguardano, e che mi fanno pensare che l’Italia è stata divisa quando l’hanno unita. Ma, ripeto, è anche colpa nostra. In Sicilia, sono arrivati i fenici, i greci, i romani, gli arabi, i normanni, i francesi, gli spagnoli, persino gli americani… si spera che, alla fine, arrivino anche i siciliani. Insomma, al momento stiamo facendo di tutto per danneggiare noi stessi e, siccome siamo intelligenti, ci riusciamo benissimo.

 Ci può fare un esempio?

 “Più importante del Ponte sullo Stretto esistono delle priorità”. Così hanno detto i siciliani per anni, appena qualcuno proponeva di costruire il Ponte. E fu così che, con la collaborazione dei siciliani, non si fecero né le priorità né il Ponte. Come vede, noi siciliani resistiamo a tutto, soprattutto ai miglioramenti.

La sua è una critica, comunque, costruttiva!

 Ci provo: chi ama il proprio Paese lo critica, chi non fa nulla per migliorarlo lo esalta e si mette a posto con la coscienza.

 Ci dice qualcosa per cui siamo apprezzabili?

 I siciliani non si sanno difendere dai loro difetti, non curano come dovrebbero le loro città e i loro siti archeologici, ma quando si tratta di soccorrere chi fugge dalla guerra e dalla fame, diventano campioni di civiltà.

 Maestro, per concludere, cosa vorrebbe che un giorno si dicesse di lei?

Quando sarò morto, quello che si dirà di me, se pur si dirà qualcosa, non mi interessa. Piuttosto, non so che sia la morte: spero non sia nulla di grave!

L’intervista si chiude qui, con il solito acuto aforisma e mi è rimasta l’impressione di avere avuto di fronte un novello Marziale o Giovenale, da cui il nostro attore ha ereditato una corrosiva indignatio. Spinto dal piacevole incontro, mi affretto ad acquistare le sue ultime fatiche letterarie: Appartengo a una generazione che deve ancora   nascere (Eri-Rai-Mondadori 2014),  una raccolta di aforismi, non di battute di cabaret, ma di riflessioni, racconti, profili di personaggi, un libro agile e divertente ma nello stesso tempo profondo e doloroso. E ancora due recentissime pubblicazioni: Il senso dell’umorismo è l’espressione più alta della serietà, Alpes editore 2017, raccolte di aforismi, storie, personaggi sullo stato attuale del mondo.

Grazie, Maestro. Mi ha fatto tanto riflettere. Considero il nostro incontro un indelebile arricchimento per la sua struggente ricerca della bellezza e del mistero dell’esistenza. Nei suoi libri, nelle sue interpretazioni artistiche c’è sempre una tensione verso la conoscenza e la speranza che l’uomo possa diventare migliore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 LA MIA SICILIA 
L’intervista Roma 1995 

In lui non c’è alcuna dissimulazione né del personaggio pubblico né dell’uomo, come pretenderebbe la maschera di Caillois.
A ricevermi nel salotto del suo appartamento romano è Pino Caruso, così com’è, nella vita e sul palcoscenico.
È un autentico siciliano che della sua terra ha ereditato quella sottile patologia creativa che solo attraverso la follia diventa arte. La follia dell’assurdo che riesce, come nei personaggi di Gogol, a stravolgere la realtà o almeno l’idea che abbiamo della sua percezione; la follia dell’irreale che essendo viva nella nostra fantasia non è detto che non sia vera; la follia di tutto ciò che è comico nella tragedia dell’uomo.
I suoi libri ne sono la testimonianza.
Ecco allora che nell’Uomo comune, arriva a scrivere di niente e di nessuno poiché “le persone che non scrivono nulla sono milioni, mentre quelle capaci di scrivere di nulla non esistono: per quanto si sforzino finiscono sempre con lo scrivere di qualcosa.”
Riesce a trovare una contraddizione nel termine terra. Eh già, se la terra è fatta per tre quarti di mare è come dire che “un litro di vino, se è fatto per tre quarti di acqua, non è un litro di vino, ma un litro d’acqua con un po’ di vino”. Da qui la convinzione che la terra è un mare con un po’ di terra."
Vola in vacanza sulla luna “perché in famiglia sentivamo il bisogno di una vacanza tranquilla. L’allunaggio fu perfetto. La delusione grande: sulla luna non c’è un albero, non c’è un ruscello, non c’è un lago, non c’è il mare e soprattutto non c’è la luna. A questo non si pensa partendo.”
Si spinge anche nell’elogio dell’ignoranza, consapevole che la sua spazia in vari campi, “io non so un po’ di tutto” e che ignorante non si è fatto da solo “la scuola ha avuto un peso decisivo.”
Arriva persino a far viaggiare le città come momento di riscatto della geografia sulla storia che non è riuscita a realizzare l’unità d’Italia, ad avvicinare, cioè, la Sicilia al Continente e viceversa.

Siamo ad un evento che ci coglie impreparati. Intasamenti ed ingorghi si sono avuti, questa estate, nello Stretto di Messina, per il passaggio contemporaneo di più città. E non si sapeva più come chiamarlo, se Stretto di Milano, dell’Aquila o di Trento. Nell’ultimo settembre, Venezia, in transito, vi confondeva le proprie acque. La Regione siciliana protestò, accusando il Comune della Serenissima di appropriazione indebita. Il sindaco di Venezia sporse querela per calunnia: “la mia città non ha alcun bisogno d’acqua, semmai è afflitta da problemi di abbondanza”; come dire “l’acqua possiamo regalarvela”. Per fortuna, la cosa finì nel nulla: la Regione ritirò l’accusa, Venezia la querela. Tutti si abbracciarono. Il traffico, in questo momento, è regolare.”
E cosa dire, poi, dell’idea della morte, sempre presente ed assillante nella filosofia dei siciliani? Caruso ne parla con il dovuto rispetto, senza lasciare, però, trapelare angosce e paure. Con la sua ironia ne attenua anzi la drammaticità; la riconduce nella logica della vita, con intenzioni dissacranti, provocatoriamente umoristiche.

Non è tanto la morte che mi preoccupa – dice -quanto la paura che mi prenderò”. Ed ancora: “se la vita e sogno e morire significa svegliarsi, preferisco restare a dormire ancora un po.’”
Ma la Sicilia di Pino Caruso è soprattutto nei Delitti di via della Loggia. È nella voce lontana, da spettro incarnato, del cappellaio Impallomeni; nei brutti pensieri rinfocolati da una predica in parrocchia sull’inferno o dal passaggio di un uomo incappucciato; in quella via Della Loggia: “due marciapiedi striminziti, impraticabili – a meno di non salirvi con una gamba sola e procedere zoppicando; o con tutte e due, ma come un equilibrista su un filo – mi fornivano l’occasione per una acrobazia che mi affrancava dalla noia, trasformandola in allegria.”
La sua Sicilia è nel ricordo delle due signorine Ippolito. “Bassine, minute, malaticce… M’introducevano in un salotto, dove i mobili insaccati in teli bianchi, sembravano i fantasmi di se stessi. Il mondo esterno, per quante voci provenissero dalla strada, si attutiva sul corrispondente balcone, moriva sulle persiane chiuse, assumendo l’irrealtà della lontananza."
L’abitazione di Pino Caruso è immersa nel verde e nel silenzio di via Fiera di Primiero. Il viale sembra deserto, fiancheggiato solo da siepi di oleandri e di ligustro. È il Ponentino a soccorrere il passante. La sua brezza solleva le fronde degli abeti e fa vedere pudicamente i fianchi dei palazzi.

Pino Caruso è affabile e premuroso. Scende con l’ascensore fin giù, ad aprirmi il portone che fa le bizze. È avvolto in un accappatoio bordeaux e ha tutta l’aria di chi ha appena finito di fare dei lavori in casa.
Mi fa accomodare nel salone e mi offre subito dell’acqua fresca con dell’anice, secondo un’antica tradizione siciliana. Mi chiede pochi minuti per una doccia, poi sarà da me.

Quando sono a Roma – mi dice – amo molto Palermo. Quando sono a Palermo, rimpiango Roma. In altre parole, la Sicilia che si rimpiange è la Sicilia che si vorrebbe, non quella che c’è. La Sicilia che si ha nella propria memoria.”

Chiede alla moglie Marilisa di preparare il caffè, accende una delle sue Marlboro e riprende: “L’amore per la propria terra non è un’opzione. Non è una sentimento che sta fuori di noi. È persino riduttivo dire che uno ama la propria terra, uno è la propria terra. Se l’esistenza è memoria, ne viene che i primi sapori, i primi odori, le prime emozioni, le prime persone, di cui conservi ricordo, ti accompagneranno per tutta la vita e formeranno la struttura del tuo carattere, dei tuoi pensieri. Inevitabilmente, quindi, uno è la propria terra.”
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La Sicilia è anche luogo di civiltà (almeno di quella civiltà che sino ad ora è stato possibile raggiungere)”. Dove per civiltà intendo l’affermazione totale dei grandi principi del vivere: l’assoluta mancanza di razzismo, il rispetto per i vecchi e tante altre cose che altrove o si sono perse o si sono affievolite. Mi chiedo, allora, cosa manca alla Sicilia: manca il civismo, l’educazione e il senso della collettività, il rispetto per gli altri cittadini, nelle cose piccole: se uno fa la coda c’è sempre il furbo che passa avanti; in macchina c’è sempre un altro furbo che non ti da la precedenza. Ecco, in questi particolari, che finiscono col fare la qualità della vita quotidiana, siamo maleducati - oltreché stupidi: un atteggiamento che danneggia tutti, compreso quelli che credono di avvantaggiarsene. Nei siciliani, cancellerei, insomma, quel difetto che scambia la furbizia per intelligenza. La furbizia non è un sottoprodotto dell’intelligenza, ma della stupidità. Il furbo non vede mai ad un palmo del proprio naso.”
Ma qual è l’aspetto del carattere dei siciliani che Caruso ha maggiormente ereditato? “Ammesso - dice – che i siciliani abbiano un solo carattere. Ne hanno diversi, per via delle varietà di culture che si sono avvicendate nella nostra terra e che ci hanno contagiati nei secoli. Il carattere che credo di avere ereditato è quello forse che ai siciliani deriva dalla necessità di difendersi dalle leggi degli invasori. E cioè la capacità, come diceva Tomasi di Lampedusa, di spaccare il capello in quattro. La capacità, cioè, di ragionare fino ai confini della possibilità del ragionamento, a volte anche oltre."
Nei siciliani domina una buona dose di fatalismo. Si vive, o si sopravvive, nella convinzione, che non si possa far nulla per cambiare le cose.”
L’attore poi spiega perché non risparmia mai critiche alla sua terra; perché evidenzia solo gli aspetti più amari e tragici, tralasciando quanto c’è di buono.

È la natura della satira – dice - La satira non può esaltare ciò che va bene: diventerebbe apologia; fa parte di un altro tipo di letteratura e di atteggiamento. Nella critica c’è più amore (e attenzione) verso la propria terra, che in un complimento. Si ama qualcuno davvero quando ci si preoccupa della sua salute, non quando si finge che la malattia non c’è. Quando si fa finta di niente, la malattia porta alla morte."
La donna e la famiglia sono per i siciliani un chiodo fisso, martellante, quasi ossessivo. Non sono solamente momenti di vita in comune, di scambio, di relazione, sono culto, religione, fede. Tutti argomenti che non possono mancare nella Sicilia di Pino Caruso.

Questa ossessione - dice - è nata nel siciliano, maschio e femmina, da una repressione sessuale di tipo cattolico, da costumi rigidi, stupidi, ottusi, che in gran parte non esistono più. Al contrario, la libertà sessuale (intesa ovviamente, non come licenza di fare tutto) non produce ossessioni, libera anzi le menti e i comportamenti, purificandoli dalle sporcizie di cui l’idea del peccato li infanga"
Sorseggia ancora un po’ del suo caffè. “L’attaccamento alla famiglia, tuttavia, nasce da un buon sentimento, dal senso di solidarietà e anche di complicità. Purtroppo, la solidarietà, si ferma, molto spesso, alla porta di casa. Cioè, si crea una famiglia non come nucleo da ama aperto agli altri, ma come nucleo chiuso, in certi casi con la funzione di privilegiare, di proteggere i suoi membri anche dai doveri esterni. Tuttavia, la solidarietà all’interno della famiglia ha dei lati positivi: se c’è un ammalato in casa, un disabile, un vecchio malandato, i siciliani non se ne liberano. Dovremmo solo riuscire a conciliare il senso della famiglia con il senso della collettività. Allora, saremmo un popolo straordinario.”
Per Caruso, in definitiva, solo una rivoluzione disarmata può determinare in Sicilia un cambiamento radicale. Una rivoluzione che nasce spontaneamente dentro la coscienza di ogni cittadino.

"Non credo ai cambiamenti rapidi. Quelli si ottengono solo con le armi e si chiamano rivolte, non rivoluzioni, e determinano soltanto svolte momentanee. Appena finisci di puntare il fucile, tutto ritorna come prima, anzi peggio di prima. Credo più alla evoluzione, o alle rivoluzioni quando sono effetto, e non causa, di cambiamento. Quando viene, insomma, a concretizzarsi la fase finale di un processo evolutivo. La fase finale che riforma, non tanto le coscienze, che sono state già riformate, quanto la struttura dello Stato che non corrisponde più a quelle coscienze. Non occorrono, in democrazia, rivolte cruente, ma solo evoluzioni: rivedere il nostro rapporto con la nostra stessa vita e con la vita degli altri. Vorrei dire: non bisogna essere altruisti per altruismo, ma altruisti per egoismo. Se si instaura un rapporto di reciproca attenzione e rispetto, si finisce col goderne tutti.”

 Roma 1995 dal libro "La mia Sicilia” Michele Falzone

PINO CARUSO, IL PERFEZIONISTA

“Attento, intelligente, mobile, guardingo”. Così nel 1982 Enzo Tortora definiva Pino Caruso, commentando “Che si beve stasera”, un fortunato show dell’attore palermitano. Proprio il testo di Tortora è stato scelto da Pino Caruso per aprire il suo prossimo libro “Scene dalla Rai”, raccolta di testi per la tv dal 1979 a oggi. È un’antologia di sketch esilaranti di Pino Caruso, capace di passare dalla satira degli “Asterischi” (commenti inseriti nel Tg2 domenicale negli anni Novanta, vergati con la forza dell’autentico giornalista, alla poesia di testi come “L’immaginazione” (1982); autore di sferzate potenti (come “L’economia”), ma mai fuori misura, come nella scena “Burocrazia” (“Quando sono le nove del mattino, lui, l’assenteista, in ufficio non c’è. Spacca il secondo. Non si è mai visto un assenteista che invece di non andare in ufficio alle nove, non ci sia andato alle dieci”), di giochi di parole funambolici (come “La legge”) o irresistibili come il caleidoscopio di battute nate dall’ipotesi du una Unità d’Italia fatta dai Borboni invece che dai Savoia.
Franceschiello, pensando a Garibaldi, si rammarica che l’eroe non abbia voluto accettare la nomina a re di Capri: “Io sono l’eroe dei due mondi – dice Garibaldi – e non mi va di diventare Peppino di Capri.”
Fuor di battuta, il perfezionista Pino caruso è uno che i testi se li scrive da solo, e, per dirla con Tortora, “si sente che ha letto Pirandello e Sciascia”. Ma Caruso, “L’uomo dalla parola facile” come recitava un suo monologo, è molto di più, come si evince ripercorrendo attraverso la sua comicità, una fetta d’Italia raccontata da quell’osservatorio speciale che è la Sicilia” Perché, sebbene cittadino romano “provvisoriamente da 46 anni”, Caruso ha sempre mantenuto un legame strettissimo con la sua terra. “Per me Palermo è tutto – risponde, quando gli si chiede che peso abbiano avuto le sue origini, “perché, anche se si va via, non si va mai veramente via dalla propria città. Te la porti appresso, soprattutto se ti manca. A me manca il suo pane e il suo cibo, la fantasia, cioè, di un’arte culinaria che ha preso qualcosa da tutti gli invasori, reiventando tutto in modo originale”.
Un grande servizio, d’altra parte, Pino Caruso lo ha reso alla Sicilia, sdoganandone il dialetto molto prima del successo del commissario Montalbano. “Ho usato il dialetto – dice - senza mai parlarlo, in televisione; mi sono concentrato sui suoni, su certe espressioni e modi di dire; ché un solo dialetto siciliano non esiste. E quando se ne vuole dare un suono univoco, non si va oltre una parodia, qualcosa che somiglia a ciò che la gente crede che sia il siciliano”.
Con i colleghi siciliani di allora, proprio per ragioni legati alla “lingua”, non si sente in rapporto diretto: “Ciccio e Franco, per esempio, non avevano una comicità di testo, ma di mimica, e in questo erano eccelsi – dice – e quando iniziai, non c’erano altri comici siciliani in giro. Oggi ci sono Ficarra e Picone che stimo e apprezzo moltissimo, credo che siano loro il presente e il futuro della comicità siciliana e italiana”: Li sente vicini, ma non li considera i suoi eredi: “Il comico è una monade, comincia e finisce in se stesso – spiega – non è la continuazione di un altro, se lo fosse ne sarebbe soltanto l’imitazione.
Pino Caruso con la sua grazia definisce il suo prossimo libro “Scene dalla Rai”, “un libro facile che ha la pretesa di non essere stupido”; ed è sorprendente scoprire attraverso i suoi testi un’Italia che dagli anni Ottanta sembra essere cambiata pochissimo. Il politichese è vuoto di contenuti, come lo aveva stigmatizzato l’attore palermitano nel monologo “La politica” , e i treni (al sud) continuano a essere “una grande occasione per chi fosse intenzionato a viaggiare nel tempo, un pessimo affare per coloro che si ostinano a servirsene oggi”. Ma se, ancora oggi, la realtà non è cambiata, ripensando a un famoso (in Sicilia) spot pubblicitario di Caruso, ci si potrebbe chiedere: che rimedio c’è? E oggi, come allora, la risposta è sempre la stessa: “Niente! Ci possiamo pigliare solo il caffè”. La Repubblica 23 settembre 2011- Emanuela Abbadessa

 INTERVISTA INTERNET

PINO CARUSO è un attore, scrittore italiano. Inizia in Sicilia, debuttando al Piccolo Teatro di Palermo, passa poi allo Stabile di Catania, quindi si trasferisce a Roma dove raggiunge il successo con una serie di trasmissioni della Rai. Nel ’95 torna a Palermo e su nomina del sindaco Leoluca Orlando, progetta e dirige Palermo di scena per i due anni successivi. Dirige e reinventa il Festino di Santa Rosalia negli anni 1995/1996/1997 e 2001

In due parole che cosa è Festino?
Il Festino è una rappresentazione più laica che religiosa, che fa da prologo alle celebrazioni liturgiche del giorno dopo. Si racconta, sceneggiandola per le vie della citta, la liberazione di Palermo dalla peste, per opera di Santa Rosalia - che, in seguito a quel miracolo, sostituì definitivamente Santa Cristina nella protezione di Palermo, diventandone la nuova patrona.

A quando risale questa ricorrenza?
Il fatto risale al primo ventennio del Seicento. Il Senato di allora, per solennizzare l’intervento salvifico di Santa Rosalia, prese a festeggiarne la ricorrenza in maniera spettacolare, affidando agli architetti Giuseppe Venanzio Marvuglia e Andrea Gigante, l’incarico di progettare, allestire congegni capaci di creare giochi d'acqua, di aria e di fuoco. S'instaura così una tradizione che va avanti per parecchi anni.

Quando è arrivato lei che tipo di Festino ha trovato?
Diciamo che già fin dagli inizi del Novecento il Festino aveva perduto la sua spettacolarità, e si era addormentato in un rituale immalinconito, che si trascinava senza sorprese per le vie della città. Un gruppetto di angeli bambini con ali di cartone, due tamburinai e banda musicale se ne andavano appresso a un carro, sebbene sontuoso. Piccola festa da strapaese, ignorata dalla maggioranza dei cittadini, oltretutto distratti da ben altre e drammatiche vicende.

Ma il Festino seicentesco, la sua fattura, a quali professionalità atteneva?
Era materia di teatro, ma non bastava. E di effetti speciali, ma non bastava, E di spettacoli au dehor, come li chiamano in Francia, ma non bastava. E di apparature, luminarie, macchinerie, ma non bastava. Occorreva un soggetto che compendiasse la molteplicità delle competenze e avesse insieme caratteristiche artigianali e artistiche; ché bisognava dar corpo anche alla peculiarità del Festino.

A chi si rivolse per avere indicazioni e suggerimenti.
Chiesi in giro a teatranti (per esempio Strelher) a cineasti e simili se non conoscessero per caso un soggetto così: Maurizio Scaparro mi parlò subito di Valerio Festi. Ecco un primo elemento che misteriosamente si combinava: Festi, con quel suo cognome sembrava predestinato a fare il Festino. Non ne sapeva nulla, e gliene parlai io.

Qual è il rapporto degli anni scuri di Palermo rispetto a questa festa gioiosa?
La città si era da poco affrancata dalla mafia (quella di Riina e di altri, per intenderci, che erano stati intanto arrestati tutti). Mi proposi quindi di far diventare il Festino una metafora: dove la mafia stava al posto della peste, e la liberazione della città dalla peste equivaleva alla liberazione della città dalla mafia. E così fu.

Come che poi le venne affidato anche il Festino del 2001
Il Commissario Ettore Serio - che non sapeva nulla dei Festini precedenti, vivendo lontano da Palermo, inizialmente si rivolse a Lina Wertmüller, la quale chiese una cifra spropositata e, non fidandosi, pretese che la si pagasse in anticipo (tra l’altro la Wermuller si era rivolta a me per notizie e informazioni) La richiesta mi offese come palermitano e m’infastidì. Sicché dissi al Commissario che gli avrei fatto io il Festino per un terzo della cifra. Lui me lo affidò e io richiamai Festi. E così nacque un Festino clamoroso, il più spettacolare di sempre (esistono riprese televisive di tutta la manifestazione). Rispetto ai precedenti, tuttavia, quel Festino non l'ho collegato alla mafia, ma l’ho associato a Santa Rosalia e a tutte le dee del Mediterraneo (un incontro tra sacro e profano, tra santità e simbolismo).

Negli ultimi anni l’assegnazione della direzione artistica è stata affidata a un bando, Le è mai venuta l'idea di partecipare?
Il bando è un errore. Non si fa un bando per un fatto d'arte. Si nomina un direttore artistico, che in piena autonomia si assume la responsabilità delle scelte e ne risponde.

Qual è, in questi casi, secondo lei, il principio economico da tenere in conto?
Più spendi e meno spendi. Anzi più spendi e più guadagni. Una manifestazione (Festino compreso) deve essere un investimento. É necessario investire un capitale congruo, perché frutti in termini di rientro; se costa poco sono soldi buttati.

Cosa pensa dei Festini dal ‘95 a oggi? C'è un anno che Le è piaciuto di più e uno che Le è piaciuto meno?
I Festini non si son più potuti fare ai livelli miei. Per mancanza di fondi. Alfio Scuderi, che è stato il mio più stretto collaboratore, incaricato di allestirne alcuni, non ha avuto i miei stessi mezzi, e non ha potuto rivolgersi agli stessi soggetti a cui mi ero rivolto io. A Palermo uno come Festi non c’è, e quando una cosa non c’è, si prende dove c‘è. Io ho scelto il meglio, e l’ho preso dove l’ho trovato.

Negli anni di Rampello ci sono stati grossi capitali a disposizione, che ne pensa di quegli anni?
Rampello (che non conosceva, credo, le tradizioni del Festino) ha fatto solo un grande spettacolo su di un palco, mentre il Festino è uno spettacolo itinerante.

Che Cosa pensa del ritorno di Valerio Festi all’ultimo Festino?
Non era Festi ma chiunque fosse, siamo sempre lì: c’erano pochi soldi. E mancava la fantasia. E senza soldi (e senza fantasia)  miracoli non se ne fanno. Io non l’ho visto, quel Festino, ma mi riferiscono che il risultato non è stato soddisfacente

Secondo Lei c'era un modo quest’anno di fare un festino con pochi soldi? Se si come?
C’era un modo, ma, al posto del denaro, bisognava, inventarsi qualcosa di molto effetto e di poco costo. Chiedere, per esempio al Cardinale di celebrare all’imbrunire del 14 luglio una Messa Solenne sul sagrato della Cattedrale, alla presenza di Cardinali e vescovi (invitati per l’occasione) e di tutti gli ordini religiosi presenti a Palermo, maschili e femminili: benedettini, camaldolesi, cistercensi, certosini, domenicani, francescani, agostiniani, carmelitani, trinitari; e chierici regolari e sacerdoti del clero; e teatini, barnabiti, gesuiti, somaschi, camilliani, scolopi; e "Cavalieri dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme; e terziari di tutte le chiese. E a messa finita, avviare verso il mare una processione di Eminenze con le loro vesti rosse, di Arcivescovi e Monsignori con le loro vesti viola, e di sacerdoti e frati e monaci con le loro tonache e paramenti di ogni colore. Un fiume impressionante da attirare l’attenzione di giornali e telegiornali. Al Foro Italico, i giochi d’artificio a concludere la giornata. Il senso di tutto questo? Nei momenti di crisi, non si fanno feste, ma si prega. Il costo? L’ospitalità delle eminenze e le spese delle luminarie e dei giochi pirotecnici.

E di “Palermo di Scena" che può dirci?
Nel 1995, anno in cui si rinnova il Festino m’invento Palermo di Scena, manifestazione di cultura e spettacoli che andava dal 14 luglio al 14 di settembre, con una scansione di quattro eventi a sera, e che in un paio d’anni si accreditò come una delle più prestigiose manifestazioni d'arte del paese. Vi confluirono i nomi più prestigiosi della cultura italiana e internazionale: attori, pittori, scultori, giornalisti, scrittori, musicisti, fra i quali: Dario Fo, Franca Rame, Riuychi Sakamoto, Enzo Biagi, Hans Jürgen Gerung, Isabelle Huppert, Bruno Caruso, Carmelo Bene Giorgio Albertazzi, Nino Franchina, Carlo Cecchi, Gianni Minà, Steve Lucy, Miriam Mafai, Enzo Bettiza, Igor Man, Vincenzo Consolo, Josef Svoboda, Nanny Loy, Luca De Filippo, Laura Betti, Vittorio Storaro, Sylvie Guillem, Laurent Hilaire, Robert Cahen, Tommaso Trak, Tony Bennet, Michele Prisco, gli Angeli di Lione, Els Comediantes e, infine, le compagnie Jerusalem Khan Theater e Al Kasaba Quds Theater (ebrei e musulmani uniti nel segno dell’arte), e tanti altri, compresi i componenti della produzione locale: e per locale non s’intenda mi­nore, ché gli artisti palermitani attendevano solo l'occasione di mostrarsi e confrontarsi, per imparare e insegnare.
La rapidità del successo, tuttavia, non è da attribuirsi soltanto all'alto livello delle scelte e alla felicità di alcune invenzioni, ma anche, se non soprattutto, a un'idea civile che stava a fondamento della sua ragione d’essere.

In che senso?
Prima che calendario di spetta­coli e mostre di arti varie, Palermo di Scena era un progetto sociale con delle finalità: stabilire un rapporto con il cittadino, fornirgli un'occasione di ulteriore crescita culturale, trasformare l'or­goglio di appartenenza alla città da sentimento astratto in strumento d'ambizione reale. E con ciò non si vuole intendere che ci fosse una civiltà da recu­perare, ma soltanto che si avvertiva l'esigenza di ricostruire le condizioni per cui una civiltà in le­targo potesse svegliarsi.

Qual è stato il rapporto di Palermo di scena con gli operatori culturali
Palermo di Scena, fin dall’inizio, si è proposta come punto di arrivo, traguardo, per gli artisti della città. La tendenza di distribuire denaro pubblico senza criterio (che non fosse quello clientelare), andava fermata; un’amministrazione comunale responsabile fornisce mezzi, non fa elemosine che mortificano chi le riceve proprio nel momento in cui sembrano favorirlo. Soltanto un parametro di scelta basato sul merito, tutela la dignità di tutti; prevalesse la benevolenza o la carità cristiana, inclusi ed esclusi sarebbero relegati al ruolo di postulanti. Avere ridato decoro e stimoli agli operatori culturali della città è stata per Palermo di Scena una sfida da vincere, un obiettivo da raggiungere; ché per troppi anni, con la complicità di politici acquiescenti, quanti si avvalevano del sostegno pubblico per progetti ripresentati identici ogni anno, con solo i nomi diversi, finivano inconsapevolmente con l’uccidere se stessi e la propria creatività.
È accreditandosi per l'alto livello dei suoi contenuti che una manifestazione può riversare poi quel credito su chi vi prende parte: dà quel che riceve e prende quel che dà; un circolo virtuoso, e anche un modo per offrire ai cittadini occasioni preziose per divertir­si e per pensare.

Cosa rimprovera, ai suoi concittadini, all’attuale sindaco.
Ai miei concittadini, la pigrizia, la mancanza di amor proprio, si lasciano fare tutto senza reagire. Gli dai una cosa, se la prendono, gliela levi, se la, lasciano levare. Diciamo che i miei concittadini resistono a tutto, soprattutto ai miglioramenti.
Al sindaco, non rimprovero nulla (tranne di essere stato con me sleale e incoerente); e non gli rimprovero nulla, non perché vivendo a Roma, non sono in condizione di giudicare la sua gestione, ma perché penso che una città non è come la fa il sindaco, ma come la fanno i cittadini. 
2013 Giornale on line

 IL RITORNO IN TV DEL MATTATORE

LA PAROLA comico non gli piace («Un comico — dice — è considerato come un individuo con la fedina penale sporca»). Umorista va un po' meglio, ma non ci siamo ancora. Pino Caruso, 79 anni e tanto sprint, si definisce "opinionista satirico", un fustigatore di inciviltà e di malaffare con il fioretto dell'ironia. Antonio Ricci, lo ha scongelato dopo oltre un ventennio di ostracismo televisivo proponendo i suoi irresistibili monologhi a "Giass", nuovo "contenitore" domenicale su Canale 5. La critica ha massacrato il programma ma ha salvato la performance dell'attore palermitano.
Erano gli anni Novanta a dirigere il tg2 era Alberto La Volpe, un socialista di vecchio stampo, che chiama Pino Caruso a recitare i suoi "graffi" all'interno del notiziario inventando la rubrica "Asterisco". Un esperimento che doveva durare un mese e che invece, visti gli ascolti stellari, fu prolungato per tre anni. Mille giorni e più in cui l'attore punzecchia mafiosi, politici, prelati, affaristi e amorali di ogni risma. Ce n'è per tutti. Poi cambia il vento e l'Asterisco viene cancellato. «Non fu una censura diretta — dice l'attore — ma strisciante. La televisione comunque è cambiata. Ci sono molto più canali, più diversità e quindi più libertà.  Sono fiero che tra i capofila della nuova satira ci siano Fiorello e i miei concittadini, i palermitanissimi Ficarra e Picone, due geni: le loro opere non sono collage di sketch, ma raccontano con pathos storie vere. Vedi "Il sette e l'otto" e "La matassa". Puro impegno civile espresso con leggerezza. Spesso si scambia il serio con il funereo e il comico col ridicolo. Ficarra e Picone sono quanto di più serio ci sia in giro. Fanno ridere e pensare. Lo scrivo in un mio aforisma: “L’umorismo è l'espressione più altra della serietà», che sarà anche il titolo di un mio prossimo libro”.
Ficarra e Picone si possono a ragione considerare i nipotini di Caruso, stesso garbo, stesso distacco degli stereotipi siciliani, stessa loquacità, stesso impegno antimafia e lo stesso viscerale amore per la loro Palermo. «Quando io ero un attore affermato e loro erano agli inizi, mi chiesero con il pudore che li contraddistingue di vedere un loro intervento a "Zelig" e di fargli sapere cosa ne pensassi. Li incoraggiai entusiasta, e da allora non ci siamo più persi di vista. Ci sentiamo, ci sottoponiamo a vicenda le cose che scriviamo. Una vera amicizia che ci lega. E sospetto che ci sia il loro zampino nella mia chiamata a Giass. Avranno fatto una "testa tanta" a Ricci parlandogli bene di me».
Da anni l'avvocato Caruso si dedica alla scrittura. I suoi racconti e i suoi aforismi, hanno rivelato una vena filosofica e un taglio a volte surreale. Ecco alcuni suoi pensieri sfusi: "Sono solo l'estraneo con il quale ho più confidenza", "L'ignoranza è il punto di vista che manca agli uomini di cultura", "Come faccio ad essere sicuro della mia intelligenza se tutti gli imbecilli che conosco sono sicuri della loro" e così via graffiando.

Ora l'attore torna alla carica. «Ad aprile uscirà il mio nuovo libro da Eri, le edizioni Rai. Il titolo è "Appartengo a una generazione che deve ancora nascere". Aforismi estratti dall'interiorità». È un vulcano di progetti, pensieri, aneddoti, quando cominciamo a parlare di Palermo si rabbuia. Le sue parole sono una colata di amarezza. Ricorda la sue esperienza triennale come ideatore del nuovo "Festino" e inventore di "Palermo di scena". «Leoluca Orlando, da candidato a sindaco, mi ha chiesto una mano, gliel’ho data. Ma dopo la sua elezione, non l’ho più né visto né sentito. Lo stesso è accaduto con il teatro Biondo. Mettendo da parte il mio giusto rammarico per non essere stato scelto per la direzione, preferendomi uno scrittore, bravo, ma assolutamente estraneo al mondo del palcoscenico. Il quesito è semplice: sono una risorsa o un problema? Perché se sono una risorsa, il torto non viene fatto a me, ma a tutti i cittadini».
Continua a parlare della sua città, croce e delizia, esprime il suo amore per le tante cose belle che contiene — «Conosco ogni monumento, ogni angolo, ogni chiesa. Di San Domenico so a memoria le scritte di tutte le lapidi» (e ne recita alcune, ndr) — si infervora per il centro storico che cade a pezzi, per l'Italia a brandelli. «Diamo sempre la colpa ai politici di quello che non funziona, un modo per assolverci. Dove siamo noi quando accadono gli orrori? Dove eravamo mentre veniva distrutta via Libertà e gli abitanti della Vucciria, dove io sono nato, venivano deportati in quartieri invivibili? La politica è solo lo specchio della società. Non è stato Hitler a creare il razzismo, ma il razzismo Hitler. Purtroppo la stragrande maggioranza della gente non legge e non va a teatro. Non è la politica che governa un paese, ma la sua cultura. C'è da aggiungere altro? Solo conoscendo il passato possiamo capire il presente e progettare il futuro».
A proposito di futuro gli ricordiamo che ad ottobre compie ottanta anni. «E allora? Vuoi dire che sono vecchio? No, sono longevo. Sembra uguale, ma è diverso. Chiamare la longevità vecchiaia significa trasformare la fortuna in disgrazia». L'aforisma è servito.
La Repubblica 28 marzo 2014 Tano Gullo -

                    PINO CARUSO: L'ITALIA È PEGGIORE DEI SUOI POLITICI
Nostra intervista esclusiva all’attore e scrittore palermitano, critico con i potenti, ma soprattutto con chi li ha fatti diventare tali.

In Italia, stiamo facendo di tutto per distruggere il nostro Paese;
ma, essendo maldestri, forse non ci riusciremo.”

ROMA – Pino Caruso: Oggi con il computer per essere ignoranti bisogna fare uno sforzo immane. La cultura In tv? La Rai non dovrebbe occuparsene solo di notte insieme alla pornografia….

Un fiume in piena a tutto campo: cultura, politica, lavoro e tanto altro. Pino Caruso, attore, scrittore, italiano ma soprattutto palermitano, è un uomo che conosce perfettamente i meccanismi della vita e che analizza in modo impeccabile la nostra società. Partendo da lontano e analizzando sempre cause ed effetto. Con i suoi immancabili aforismi sintetizza in modo pregnante concetti più ampi e complessi, sempre con un eccellente risultato.

Pino Caruso, quanto è importante la lettura? 
La vita si cancella mentre avviene e se nessuno la racconta è come se non fosse avvenuta mai’. I libri non contengono altro che istruzioni per la vita, se non leggi non sai un nulla. La vita è nei libri, c’è quella che vivi ma c’è stata anche prima che nascessimo. Se non sappiamo cosa è accaduto prima di nascere, non comprendiamo nemmeno cosa ci capita sotto gli occhi.
Tutto parte dalla conoscenza, dalla scrittura e dalla lettura, senza scrittura non c’è niente. I film prima vengono scritti, tutto viene scritto e poi realizzato”.

Ma i libri ed il cartaceo stanno perdendo colpi a scapito dell’interattività, di internet, del digitale.
Siamo in un momento di passaggio e non possiamo giudicare, ma sono convinto che il libro non morirà mai. Oltre alle memorie dei computer, sarebbe preferibile che l’uomo non perdesse l’abitudine del cartaceo. I mezzi moderni hanno un limite che è quello legato all’energia, se venisse a mancare, perderemmo tutto. Se guardi la tv, se ti colleghi con Internet, e va via la luce, il computer e la tv si spengono, il libro no. Comunque, oggi, con il computer - straordinaria inimmaginabile invenzione -l’ignoranza non ha più scuse, oggi per restare ignorante devi fare uno sforzo. La notizia ti arriva da tutti i lati. I libri li trovi anche online”.

In formissima sin dalle prime battute, lo è ancor di più quando passa ad analizzare la vita politica del nostro Paese, di chi l’ha preceduta e di chi la sta per fare, e di come la politica e gli esponenti politici siano fortemente legati alla popolazione italiana finendo per esserne lo specchio. Che mi dici di Berlusconi?
Un cervello razionale, un uomo che, nel campo degli affari, ha qualcosa in più degli altri. Ma i difetti che ha il Berlusconi politico sono i difetti della gente. È la cultura di un paese che produce i politici. Il paese, anche moralmente, è peggiore dei suoi politici… “

Che vuol dire?
Non è la politica che governa il paese, sembra, ma è solo un effetto ottico. Un paese viene governato dalla sua cultura. I politici, che noi accusiamo di tutto, non cadono dal cielo, ma sono la proiezione della nostra cultura: se la politica è corrotta è perché il Paese è corrotto. Hitler, se si fosse presentato sulla scena politica di una Germania che non fosse stata razzista, non avrebbe preso il potere. Non è Hitler che ha prodotto il razzismo, ma il razzismo Hitler. È l’albero che fa i limoni, non il contrario. Da Erodoto a Tucidide fino ad Umberto Eco, tutti raccontano la storia attraverso i personaggi come se fossero i personaggi a fare la storia. È sbagliato. Una città non è come la fa il sindaco ma come la fanno i cittadini. Aforisma politico: da noi si scambia la disonestà per abilità. Se tu sei disonesto non sei ladro ma bravo. Su questa base solida si fonda tutto un paese”.

Berlusconi è il passato, adesso siamo nelle mani di Renzi. Che ne pensi?
Quando Renzi dice che bisogna preferire i giovani ai vecchi, e le donne agli uomini, commette un errore di valutazione: il mondo non si divide in giovani e vecchi o in maschi e femmine, il mondo si divide in capaci ed incapaci. Un vecchio incapace è meno pericoloso di un giovane capace, perché un vecchio incapace i danni che doveva fare li ha fatti, mentre un giovane li deve ancora fare. Quando dice che nel governo ci devono stare le quote rosa, 50% uomini e 50% donne, fa del razzismo rovesciato. E se poi si scopre che su cento persone quelle capaci per il 70% sono donne? Come fa a dire il 50%, che ne sa? O questo è un suo limite intellettuale oppure è una furbata”.
Certo. Se non si riforma la gente non si può riformare la politica. L’incultura produce gente che non è capace di acculturarsi. In Italia uno spettacolo teatrale di successo dura un mese, a Parigi due anni. La percentuale di gente che va a teatro è ridicola rispetto al numero delle persone che vivono in Italia. Se in un luogo pubblico bisogna aspettare il proprio turno per fare qualcosa, in Francia otto persone su dieci hanno un libro in mano, in Italia se c’è qualcuno che ha un libro in mano è francese, non italiano. Gli italiani non sanno che gli succede perché non sanno cosa gli è successo.”

E come si fa a riformare la gente?
Una mano potrebbero darla gli intellettuali, le persone che per professione pensano, ma il guaio è che in Italia anche gli intellettuali non vanno a teatro e spesso leggono soltanto quello che hanno scritto. Senza contare che dovrebbero assumere iniziative, invece speso si accodano. La televisione pubblica potrebbe essere il motore dal quale partire”.

Come dovrebbe fare la tv italiana a cambiare il sistema?
Formare una delegazione di persone rappresentative nel campo della cultura, e chiedere al Presidente della Repubblica, e al presidente della Rai, che la tv non vada dietro alla televisione pubblica che ha altre necessità, legata cioè all’audience, perché se non ce l’ha non vive. La tv italiana dovrebbe assumersi la responsabilità di puntare alla qualità. La cultura non è noia, semmai è noioso il modo con il  quale si propone - si studi, si imbastiscano programmi accattivanti, gioiosi. Se si  vuole raccontare un periodo storico, si faccia vedere un film di quel periodo, e poi se ne discuta. Sono convinto che la tv non perderebbe ascolto; nella peggiore delle ipotesi lo perderebbe all’inizio  del cambiamento e lo recupererebbe alla distanza ”.

In quale fascia oraria si potrebbe proporre? 
Nelle ore di maggiore visibilità, diffondendola non nascondendola.

Come ci sta cambiando la globalizzazione?
La globalizzazione è diffusione dei grandi principi dell’umanità. Si fa con la reciprocità, non con la disparità. Le lingue nazionali sono una ricchezza, sono patrimonio dell’umanità. Tra le grandi lingue c’è l’italiano che ha prodotto la Divina Commedia, il più grande poema che l’umanità abbia mai concepito. Basterebbe questo perché noi non abusassimo dei termini inglesi. Se una parola nella mia lingua non c’è allora si può prendere, assorbire. Ma se nella mia lingua invece esiste, perché si ricorre ad inglesismi? Perché devo dire spending review e non tagli della spesa? Perché games e non gioco?  L’inglese va imparato in aggiunta all’italiano, non in sostituzione”.

Quali sono i tuoi futuri progetti lavorativi, cosa ti è piaciuto di quello che hai fatto in passato?
Le cose che mi piacciono di più sono quelle che devo ancora fare. I primi anni della televisione potevo fare di meglio. Adesso ho riproposto il Berretto a sonagli, mentre in libreria uscirà a breve un mio nuovo libro dal titolo ‘Appartengo ad una generazione che deve ancora nascere’, un libro di aforismi. Non si riferisce a contingenze ma è una riflessione su vita, morte ed esistenza. È quindi anche un libro di filosofia. Un aforisma sulla morte è questo: ‘Io non so che sia la morte, spero non sia una cosa grave’.  Mi auguro che ci sia un’altra vita dopo la morte, che senso avrebbe questa vita se dopo non ce ne fosse un’altra?

La chiosa finale con un aforisma sugli italiani.
Noi italiani stiamo facendo di tutto per distruggere il nostro Paese. L’unica speranza è che, essendo maldestri, forse non ci riusciremo”
                                                                               
Siciliajournal 15/04/14 Alessandro Ferro

INTERVISTA A “L’ORA”

Il testo portato in scena al Biondo  -“Non si sa come” di Pirandello – incide sul concetto di volontà e di colpa. Qual è il potere di un uomo di fronte all’inaspettato?
Secondo Pirandello non c’è nessuna difesa. Pirandello fa dire al personaggio: “siamo tutti colpevoli e innocenti, perché le cose accadono non si sa come”. Si può anche citare quell’espressione che dice che in fondo il destino di un uomo è scritto nel suo carattere, ma è un’affermazione che una società civile non può usare. Allora bisogna scendere sulla responsabilità personale. Forse ha ragione la filosofia ed è vero che ognuno non può essere che ciò che è… ma anche di questo la società non può tenere conto. Nella commedia si affronta un problema di coscienza: un delitto, in questo caso preterintenzionale e non oggetto di pena in quanto mai scoperto né dichiarato, che procura al protagonista un rimorso a distanza di anni. Pirandello non stimava Freud, probabilmente per un motivo freudiano: gli somigliava troppo.

Nella sua carriera di attore - un sogno che la accompagna da quando era ragazzo e viveva in via Materassai – quanto è stata importante l’ostinazione che l’ha portata a realizzarlo?
Credo che sia stata determinante. Nasco in una famiglia povera; andare a scuola costa, prendo la licenza elementare più avanti, alle scuole serali. Fare l’attore era la mia ambizione e la mia unica alternativa, ma per realizzarla c’era un solo modo: andare Roma; ma questo sarebbe accaduto anche se fossi nato a Parma. Il centro del mondo dello spettacolo è Roma.

Se la Palermo degli anni in cui l’ha vissuta fosse un essere umano?
La prenderei a schiaffi per svegliarla, non certamente per  farle del male. I palermitani si fanno fare tutto senza protestare mai: gli dai una cosa, se la prendono, gliela togli se la lasciano togliere una rassegnazione secolare, che toglie ogni speranza, annulla ogni ambizione. Parlo, ovviamente, di atteggiamenti e sentimenti prevalenti. Alcuni, compreso me cercano e hanno cercato (anche trovando (purtroppo per brevi periodi) di realizzare fatti e promuovere speranze e prospettive, ma siamo una minoranza perdente. Benché ambiziosa: negli anni in cui ho curato “Palermo di scena” e le edizioni del Festino” memorabili entrambi (solo che i miei concittadini l’hanno dimenticato), in quegli anni sentivo spesso dire: “Sembra di stare a Parigi”. Rispondevo che non mi bastava e che speravo che un giorno, stando a Parigi, si potesse dire: “sembra di stare a Palermo”. Purtroppo, ha vinto la politica peggiore: quella che intende ogni carica istituzionale non un luogo dove mettersi al servizio del cittadino, ma quello dove sistemare amici e parenti.

Che pensa del nuovo Sindaco?
Come si chiama? Sa io vivo a Roma.

Orlando.
Negli anni 90 (esattamente 95, 96, 97) ho conosciuto uno che si chiamava così, ed era persona di caratura notevole e politico diverso dagli altri politici. Questo mi dicono è una persona normale e un politico come tanti. Di nome come fa?

Leoluca
Un caso di omonimia.

Guarda che è lo stesso.
Ti sbagli: questo è un sosia. Omonimo e sosia.

Per chiudere, ci dici un tuo aforisma.
I siciliani resistono a tutto, soprattutto ai miglioramenti.
                                                                                                                  
L'ora 2015

ENZO VENEZIA CONVERSA CON PINO CARUSO SULL’EXPO 2015

Nell’occasione dell’Expò dove la Sicilia è in mostra assieme alle altre regioni d’Italia, Enzo Venezia ha conversato sull’argomento con Pino Caruso.

ENZO VENEZIA
Come mai in Sicilia non si riesce a fare qualcosa di analogo?

PINO CARUSO
Una cosa come l’Expo noi l’avevamo, non la dovrei citare perché mi riguarda, ed è stata “Palermo di scena”, una manifestazione internazionale multidisciplinare, un insieme di eventi musicali, letterari, di cinema, di arte figurativa, di giornalismo. provenienti da tutto il mondo; Per L’Italia era Palermo a ospitare le altre regioni Lombardia compresa.

Che manca alla Sicilia per esprimersi al meglio?
Niente. Non ci manca niente. A partire da un clima che ci consentirebbe di fare cose incredibili in pieno inverno. A Palermo abbiamo tutto. Ci manca il resto.

Cioè?
L’amor proprio! Ne parleremo più avanti.

Tu sai che nel 1891 Palermo ospitò l’Esposizione Nazionale con i padiglioni disegnati da Ernesto Basile, fu un grandissimo successo.
Sarà accaduto in un momento di distrazione. Tanto che tutto è finito lì, non ha avuto seguito, non ne è nato niente di duraturo. Il sud, in particolare la Sicilia registra in tutti i campi un ritardo preoccupante, che non provoca né proteste né reazioni da parte nostra, a tutti i livelli. Il Presidente della Repubblica, che guarda caso è siciliano, il presidente del senato, che guarda caso è siciliano, dovrebbero essere molto arrabbiati e invece vivono tranquilli e quasi inconsapevoli. L’Italia finisce a Napoli. I treni superveloci, per dirne una, finiscono a Napoli (ma forse Grasso e Mattarella non lo sanno perché viaggiano in aereo), le autostrade a tre corsie finiscono a Napoli, la televisione (intesa come centro di produzione) finisce a Napoli, dove c’è una sede Rai che realizza telegiornali, concerti, varietà, documentari, fiction, eccetera). Dopo Napoli ci sono 800 km di vuoto. Eppure, a Palermo esiste una sede Rai, grande come quella di Napoli, se non di più, attrezzatissima, che però partorisce solo un telegiornale e qualche sporadico servizio giornalistico. Ma nessuno, giornalista, intellettuale, cittadino ha mai protestato o se ne è lamentato. Evidentemente noi siciliani accettiamo l’inaccettabile come fosse inevitabile; rassegnati all’idea che l’Italia è stata divisa quando l’hanno unita.
Il termine ‘unità’ dovrebbe essere sinonimo di equità, dove per equità si intenda distribuzione delle risorse in parti uguali su tutto il territorio nazionale. In Italia non accade. Il simbolo di questa disparità sono le ferrovie: Palermo –Messina, duecento chilometri scarsi, si percorrono in quattro/cinque ore; Roma-Milano, cinquecento chilometri abbondanti si percorrono in due ore e quaranta.

Due Italia, insomma.
No una sola. E la Sicilia non ne fa parte.

A proposito di mobilità, tu ti barcameni tra Sicilia e Roma, dove hai residenza. Come percepisci le due realtà.
Mah sai… quando sono a Roma sogno Palermo, e appena a Palermo, sogno Roma… anzi, comincio a sognare Londra o Parigi.

Non ti piace più nemmeno Roma?
Roma è bellissima, come Palermo; ma vedi mentre a Londra, tranne il papa, c’è tutto, a Roma, tranne tutto c’è il papa.

Lo dici in termini di fuga e dall’Italia e da Palermo, avverti un disagio a viverci?
Non è questo. Vedi, respirare l’aria di Palermo e di Roma, passeggiare per le strade è una forma di felicità, spesso, interrotta a Roma dai romani, a Palermo dai palermitani.

Dici questo perché hai degli italiani, dei siciliani un’idea negativa? ma non c’è anche una responsabilità della politica.
Un Paese non è come lo fa la politica, è come lo fa la gente. Ma non mi fraintendere: io amo il mio Paese, ma come si ama uno che sta male. E, comunque, non sono ricambiato.

A proposito di Palermo di Scena, quando hai ideato e poi realizzato quella manifestazione, hai offerto ai siciliani ed ai palermitani in specie, l’opportunità di promuovere se stessi dicendo “adesso siete voi di scena”, mostrate quello che sapete fare. Era un investimento non solo sulla cultura, ma anche su un turismo intelligente. Pensi sia sempre la chiave più giusta ed efficace per promuovere la Sicilia?
Certo. Ma “Palermo di scena”, non era soltanto un investimento sul turismo culturale e sugli effetti collaterali positivi, per esempio sull’economia, era anche il recupero della dignità di chi produce fatti e idee. A Palermo, da anni, a memoria d’uomo, la politica non era praticata come un servizio reso alla gente, ma come un intreccio di interessi privati a favore degli “amici”; un’idea mafiosa del potere. Ogni iniziativa istituzionale non cercava la qualità ma la complicità, commettendo un reato: interessi privati in atti pubblici. Io ho voluto ribaltare tutto questo. Quando qualcuno mi ringraziava per averlo inserito nella manifestazione, io gli chiarivo che non doveva ringraziare nessuno, non gli stavo facendo un favore. Si trattava di due interessi che coincidevano, io avevo bisogno della qualità, lui me la proponeva, ed io la inserivo – creando così un circolo virtuoso: mettendo la qualità dentro una manifestazione la facevo diventare una manifestazione di qualità, la quale a sua volta conferiva prestigio a quelli che vi stavano dentro. Ma tutto questo è scomparso nel silenzio più assoluto. La vera omertà non è quella di chi tace sapendo, ma quella di chi dimentica un bene acquisito, pur sapendo, di chi non lo difende, di chi non lo rivendica, di chi non protesta.

Come mai Leoluca Orlando, sotto la sindacatura del quale è nata “Palermo di scena”, non ti ha chiesto di ripetere quell’esperienza?
Che non me l’abbia chiesto non dipende da lui. Politicamente e socialmente intendo, non dipende da lui. É come persona che è stato con me oltremodo scorretto. Dopo avermi chiesto un appoggio politico e morale alle elezioni, è scomparso. Intendiamoci, non mi doveva, non mi deve nulla. A me, nulla. Ma alla città sì. Non so quale logica abbia prevalso. Forse quella di qualcuno a lui vicino, il quale, mentre io cercavo di favorire la qualità e non gli amici, lui faceva il contrario, cercava di favorire gli amici a prescindere della qualità.

Non entro nel merito; ma scusa… che intendi quando dici che non dipende da lui?
Caro Enzo, una città non è come la fa il sindaco, ma come la fanno i cittadini. Non è il sindaco che butta la carta per terra e sporca i muri, ma i cittadini. In diciotto anni, dalla fine di Palermo di scena” a oggi, non c’è stato un giornale (tranne, una volta, “Repubblica”) che ha pubblicato un ricordo di quell’evento, una riflessione su quell’evento. E non c’è stato un palermitano, nemmeno uno, che si sia chiesto, o abbia chiesto ai giornali, ai politici, che cosa ne è stato di “Palermo di scena”. I siciliani sono complici dei mali che li affliggono.

Insomma, la Sicilia, tu, più che rimpiangerla, la piangi...
La Sicilia che si rimpiange è la Sicilia che si vorrebbe, non quella che c’è. La Sicilia che si ha nella propria memoria.

Capita a molti di noi di vivere le cose che amiamo più in sogno, che come sono. È un aggiustamento, una forzatura che abbiamo nel nostro DNA?
No, è più un carattere storico, se vogliamo dirla così, non un carattere genetico: il carattere si forma in conseguenza della propria cultura. Il carattere non è altro che la struttura delle nostre idee, della nostra visione della realtà

C’è invece un piacere specifico ad essere siciliani? C’è una sensazione di identità che si prova ad essere siciliani?
Non più che essere esquimesi. Ognuno ha piacere di essere nato dove è nato. L’amore per la propria terra non è un’opzione. Non è un sentimento che sta fuori di noi. È persino riduttivo dire che uno ama la propria terra, uno è la propria terra. Se l’esistenza è memoria, ne viene che i primi sapori, i primi odori, le prime emozioni, le prime persone, di cui conservi ricordo, ti accompagnano per tutta la vita, sono la tua vita. Inevitabilmente, quindi, uno è la propria terra.”

Tu dunque sostieni che non si può non amare la propria terra.
Lo sostengo; ma con un distinguo: Non basta essere nati in un posto per amarlo, bisogna anche conoscerlo. I palermitani amano, o meglio, dicono di amare la loro città, ma non la conoscono: sanno solo i nomi delle strade. I tesori d’arte e d’architettura della città, la sua storia, la sua letteratura, non li conoscono. Amano una sconosciuta.

La domanda che ti ho fatto si aspettava una risposta dolce, tu mi rispondi con durezza.
Per amore. La critica stimola. L’apologia fa danni, e sconfina nella retorica. E la retorica toglie serietà a tutto.

Gli scandali legati all’Expo, non ti sembrano l’ulteriore dimostrazione che la politica, in Italia, non riesce ad affrancarsi dalla corruzione?
Si e no. Dobbiamo imparare a guardare le cose con un ottica riversa, direi quasi rovesciata. Il cattivo politico è l’effetto dei mali di un paese non la causa. Un paese non è come lo governa la politica ma come lo governa la sua cultura. In Italia si scambia la disonestà per abilità. Se rubi, non sei ladro, sei bravo. È il paese che nella sua maggioranza è corrotto. Il politico è solo l’alibi.

Ti voglio chiedere della tua scrittura che mi sembra diventata argomento centrale del tuo lavoro…
Lo è sempre stata, ma lo sapevo solo io.

Vedo che ci tieni tantissimo a scrivere…
...come a respirare

Che differenza c’è tra scrivere e recitare.
Scrivere è un po’ recitare le parole sulla carta invece che su un palcoscenico; mentre recitare è un po’ scrivere le parole su un palcoscenico invece che sulla carta. In tutte e due i casi hai a che fare con le parole, o meglio, con i pensieri, con le idee.

La tua è sempre stata una parola divertente, una parola satirica, sagace. Nel tempo, poco a poco, ti sento sempre più serio.
La differenza è solo apparente. Per anni sono stato un comico. E questo nel nostro paese è come avere precedenti penali. Ma le definizioni “comico”, “drammatico”, sono fittizie e fuorvianti. Esiste forse “il pianista comico”? Un pianista è un pianista, e basta: suona di tutto.

Far ridere, si dice, è più difficile che far piangere.
Luoghi comuni! Fare bene è più difficile che fare male. E questo vale per il comico come per il drammatico. Una differenza c’è, ma secondaria: un testo drammatico sopravvive a una cattiva recitazione, uno comico no.

L’ultimo tua fatica letteraria “Appartengo a una generazione che deve ancora nascere”, è un libro - così recita il sottotitolo - di aforismi, riflessioni, storie, persone, personaggi e ragionamenti sullo stato attuale del mondo. Un critico lo ha definito “tragicamente divertente”
Anche qui l’ossimoro è solo apparente. Personalmente sono convinto che il senso dell’umorismo è l’espressione più alta della serietà. Divertire (non in modo meccanico, ma concettuale) in fondo è chiarire. Riflettere dopo avere riso vuol dire avere scavato un concetto, un pensiero molto più a fondo e più seriamente di quanto non si riesca con la sola serietà. La contraddizione tra serietà e comicità è un’invenzione italiana che nasce da un equivoco: nel nostro paese si confonde il serio con il funereo e si scambia il comico con il ridicolo. Il senso dell’umorismo è una cosa seria, e una cosa seria non può fare a meno del senso dell’umorismo. Fanatismo e razzismo non hanno il senso dell’umorismo. Se l’avessero, invece di uccidere e di discriminare, gli verrebbe da ridere. Il senso dell’umorismo può salvare il mondo.
                                                                  
Rivista "La Sicilia - il tesoro ritrovato" Enzo Venezia

STEFANO BENNI E PINO CARUSO DIVERSAMENTE D’ACCORDO
STEFANO BENNI RIFIUTA IL PREMIO DE SICA E DICE

Gentili responsabili del premio De Sica e gentile Ministro Franceschini, vi ringrazio per la vostra stima e per il premio che volete attribuirmi. 
I premi sono uno diverso dall’altro e il vostro è contraddistinto, in modo chiaro e legittimo, dall’appoggio governativo, come dimostra il fatto che è un ministro a consegnarlo.
Scelgo quindi di non accettare. Come i governi precedenti, questo governo (con l’opposizione per una volta solidale), sembra considerare la cultura l’ultima risorsa e la meno necessaria. Non mi aspettavo questo accanimento di tagli alla musica, al teatro, ai musei, alle biblioteche, mentre la televisione di stato continua a temere i libri, e gli Istituti Italiani di Cultura all’estero vengono di fatto paralizzati. Non mi sembra ci sia molto da festeggiare.
Vi faccio i sinceri auguri di una bella cerimonia e stimo molti dei premiati, ma mi piacerebbe che subito dopo l’evento il governo riflettesse se vuole continuare in questo clima di decreti distruttivi e improvvisati, privilegi intoccabili e processi alle opinioni. Nessuno pretende grandi cifre da Expo, ma la cultura (e la sua sorgente, la scuola) andrebbero rispettate e aiutate in modo diverso. Accettiamo responsabilmente i sacrifici, ma non quello dell’intelligenza. Comprendo il vostro desiderio di ricordare il grande Vittorio De Sica, e voi comprenderete il mio piccolo disagio. Un cordiale saluto e buon lavoro.  
 Stefano Benni

PINO CARUSO CONDIVIDE E CONTRADDICE

Condivido tutto quanto dice Benni. Ma, secondo me, c'è un errore di lettura o di prospettiva, per quanto riguarda il rapporto tra istituzioni e cultura, La politica trascura quei settori che sono ignorati dalla stragrande maggioranza degli italiani, l'80% dei quali (ripeto: l'ottanta per cento) non legge e non va a teatro. Se gli italiani frequentassero teatri e leggessero libri, la politica si guarderebbe bene dal trascurarli, non rischierebbe di perdere voti e consensi. È il numero che fa controllo. La politica, dunque, toglie ai cittadini quello che ai cittadini non interessa, quello a cui i cittadini hanno già rinunciato. Attribuire ai politici la responsabilità di disdegnare la cultura è assolvere se stessi, cercare alibi. Un Paese non è come lo fa la politica, ma come lo fa la gente. Non è la politica che governa una nazione, ma la sua cultura (la sua mentalità, le sue abitudini). Non sono i limoni a fare l’albero, ma l’albero i limoni. Persino un dittatore è la somatizzazione antropologica della cultura (o incultura) prevalente di un paese. Non Hitler ha creato il razzismo (e il nazismo), ma il razzismo (e il nazismo) Hitler. Un Paese produce la classe politica che più gli somiglia, la classe politica che si merita. La politica è lo specchio di una nostra realtà culturalmente povera. Gli italiani farebbero bene ad assumersi le proprie responsabilità. Certo, esistono, e come! cittadini consapevoli e preparati, ma sono messi in condizione... di non nuocere.

Per concludere con una nota un po’ meno disperata, diciamo così: In Italia, stiamo facendo di tutto per distruggere il nostro Paese; ma, essendo maldestri, forse non ci riusciremo.                pino caruso

ANONIMO, STEFANO BENNI E PINO CARUSO

Stefano Benni, noto scrittore italiano autore di bellissimi libri ed affascinanti saggi, ha riportato al centro dell’attenzione, dato che lo scrittore sarebbe stato invitato a partecipare al premio Vittorio De Sica, patrocinato dalla Presidenza della Repubblica, per ricevere l’omonimo premio dalle mani del ministro Dario Franceschini. Benni fa però sapere pubblicamente di rinunciare sia al premio sia a presenziare alla manifestazione, motivando la sua scelta anche sulla sua pagina ufficiale Facebook.
Lo scrittore spiega che “i premi sono uno diverso dall’altro e il vostro è contraddistinto, in modo chiaro e legittimo, dall’appoggio governativo, come dimostra il fatto che è un ministro a consegnarlo“ e che perciò il suo rifiuto deriva dal fatto che “come i governi precedenti, questo governo (con l’opposizione per una volta solidale), sembra considerare la cultura l’ultima risorsa e la meno necessaria. Non mi aspettavo questo accanimento di tagli alla musica, al teatro, ai musei, alle biblioteche, mentre la televisione di stato continua a temere i libri, e gli Istituti Italiani di Cultura all’estero vengono di fatto paralizzati. Non mi sembra ci sia molto da festeggiare.
È Sicuramente una posizione che può far discutere (e credo che sia soprattutto questo l’impulso che ha mosso Benni a reagire così), ma di certo è una posizione legittima e non criticabile. Specie quando lo stesso Benni sintetizza la sua posizione spiegando che “Nessuno pretende grandi cifre da Expo, ma la cultura (e la sua sorgente, la scuola) andrebbero rispettate e aiutate in modo diverso. Accettiamo responsabilmente i sacrifici, ma non quello dell’intelligenza “.

Una convinzione più che fondata visti i recenti tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo e all’istruzione voluti con la riforma de la Buona scuola, ma che rimanda anche ai tagli e alle posizioni di governi precedenti, quando ministri come Tremonti sostenevano che “con la cultura non si mangia”. Frase che oltre ad essere di una falsità e di una grettezza inaudita visti i profitti che diversi paesi traggono da questo indotto, risulta anche fare stranamente a cazzotti con l’allegoria dello spot voluto dal MiBAC.
C’è un però: un però fondamentale ad ampliare il quadro e a riflettere sulla questione in maniera totale ed intelligente. Questo però arriva direttamente sulla pagina Facebook di Benni, e porta la firma di Pino Caruso.
Per chi non conoscesse Caruso, stiamo parlando di un noto attore teatrale di cinema e di televisione, scrittore di diversi libri e collaboratore per diversi quotidiani, balzato agli onori delle cronache qualche anno fa per una brutta querelle col direttore del Teatro Stabile di Catania DiPasquale.
Caruso commenta le parole di Benni con un post articolato dove, riassumendo spiega che “Se gli italiani frequentassero teatri e leggessero libri, la politica si guarderebbe bene dal trascurare gli uni e gli altri, non rischierebbe di perdere voti e consensi” e che “attribuire ai politici la responsabilità di disdegnare la cultura è assolvere se stessi, cercare alibi”.
Ora, questa può sembrare a differenza di quella di Benni, una posizione più estrema, ma non significa che non sia altrettanto legittima e veritiera. Poiché è chiaro che scaricare la colpa sulla politica implica meno difficoltà rispetto ad un “autodafé” che riconosca che si, per l’italiano la cultura non è una priorità. Riconoscere che questo assalto alla cultura sia un circolo vizioso nel quale anche l’italiano è parte integrante è difficile, ma riflettiamoci sopra un attimo: da quanto tempo in effetti cose come teatro, mostre, libri, non sono più tra le priorità di una famiglia o di un singolo? È in effetti vero che riteniamo un libro o una mostra una spesa secondaria, e tra le secondarie l’ultima rispetto a per esempio, la promozione mensile del nostro smartphone, o della connessione internet? O anche, delle rate di altri nostri feticci tecnologici? E non è in effetti vero che se guardiamo alle possibilità di intrattenimento, andare a teatro risulta un’opzione che non consideriamo più, data la vastità di opzioni di intrattenimento che abbiamo a disposizione e la loro sempre crescente semplicità di accesso?

Ed è per questo che pur essendo in linea di principio d’accordo con Benni, condivido di più il pensiero di Pino Caruso. Credo che per noi ormai sia logico e giustificabile sacrificare la cultura rispetto ad altre spese superflue, mentre il contrario ci risulta difficile. Senza considerare oltretutto che il problema sta già nello scatto che fa la nostra mente in questo pensiero: assimilare la cultura e l’arte ad una spesa superflua. Un po’ come se col tempo, queste pietanze fondamentali per la mente fossero diventate complicate e micragnose porzioni da novelle cuisine, contrapposte a pietanze forse più sostanziose, ma molto meno ricercate.                                                                                                                    02  Ottobre 2015

 IL PARERE DI CARUSO

Attenti a non confondere l'effetto con la causa. Se la causa di ogni male fossero i cattivi politici, basterebbe non votarli per cancellare l'effetto. Guai al Paese che dipende da pochi e che ha bisogno di educatori: un contesto così è più tipico di una dittatura che una democrazia. Benni ha fatto bene a fare quello che ha fatto ha la mia condivisione e la mia stima.
Io ho soltanto cercato di allargare il discorso e togliere alibi all'ignoranza.
                                                                                                                                             pino caruso

INTERVISTA A CARUSO SULLA MAFIA
Oggi le mafie sono tante.

“Appresi della strage di Capaci dalla tv e da qualche amico che telefonicamente mi diede la notizia. Non ho mai avuto modo nella mia vita di incontrare Giovanni Falcone. Sia lui che Borsellino li sentivo parlare in televisione. Falcone era un vero palermitano nel senso più affettuoso del termine. Era la faccia della Sicilia pulita contro la quale lo Stato ha delle responsabilità enormi”. Queste le parole del noto attore Pino Caruso, siciliano doc dalla mente ‘fine’, dal pensiero ‘acuto’ e mai banale che contattato da Blogsicilia dice la sua a pochi giorni dal ventennale della tragica morte del giudice Falcone per mano mafiosa.

“Dalla fine della seconda guerra mondiale sino alla caduta del muro di Berlino – ha osservato Pino Caruso- lo Stato italiano ha lasciato la Sicilia in mano alla mafia. Non c’era nemmeno la collusione. Governava la mafia e basta. Per cinquant’anni non ne hanno arrestato uno”.

“Può essere mai che caduto il muro di Berlino gli arrestano tutti?” si è domandato provocatoriamente l’attore palermitano secondo il quale i mafiosi “erano solo degli ignoranti, protetti dallo Stato. I siciliani, per troppi anni, potevano denunciare la mafia alla mafia. Sei milioni di siciliani – ha aggiunto convinto Caruso- sono stati degli ostaggi, compreso il signor Falcone. E’ strano che lui e Borsellino non avessero capito che non stavano lottando contro la mafia ma contro lo Stato…”.

“La mafia che uccise Falcone e Borsellino, oggi, non c’è più. Non c’è nemmeno una mafia che abbia ereditato quella. Stato e mafia – ha proseguito l’attore e scrittore isolano- non possono più ‘collaborare’ perchè oggi, ogni quattro anni, ci sono le elezioni”.

“Allora la mafia – ha rilevato Caruso- era stabile perchè per 50 anni non c’è stata alcuna alternativa politica. C’era l’alternativa all’interno di uno stesso partito cui poi, verso la fine degli anni ’80, si aggiunse il Psi. Ogni volta che si facevano le elezioni, il panorama politico era sostanzialmente immutato. Tutte le collusioni, le alleanze, le collaborazioni non venivano smantellate da un assetto politico. Ecco perchè – ha concluso Pino Caruso- da diversi anni non è più possibile una mafia che sia stabilmente collusa con lo Stato…”.

"APPARTENGO A UNA GENERAZIONE CHE DEVE ANCORA NASCERE"
Eri -rai - Mondadori

Piena di ironia questa chiacchierata con Pino Caruso. Discutere su Appartengo a una generazione che deve ancora nascere e trovarsi a parlare di religione (cit. Festeggiare, a Pasqua, la Resurrezione della Carne con una strage di agnelli è un tragico controsenso!), di guerra, di pace, (Cit. L’uomo è nato per la guerra, non è in grado di vivere in pace) di filosofia, di vita, è stato un tuffo nella quotidianità assoluta e nello scandagliare l’animo umano con la grazia tipica dei siciliano (Cit. I giovani non si accorgono d’essere giovani e non si godono la gioventù. I vecchi si accorgono di essere vecchi e si rovinano la vecchiaia.), quel vedo-non-vedo, dico-non-dico ma dico tutto. Meraviglia assoluta parlare al telefono con lui, con Pino Caruso, come se da una vita non si fosse fatto altro.

Appartengo a una generazione che deve ancora nascere è un libro di aforisimi, che chiamerei frammenti , piccoli pezzetti di cuore , cristalli multisfaccettati proiettati nell’essenza di tutti e messi lì, a disposizione di chiunque abbia voglia e bisogno di vedere concretizzata una propria sensazione… perché spesso desideriamo che si traduca il nostro pensiero, anche il più inverecondo, solo per sapere che altri ragionano come noi e che non c’è nulla di male al pensiero stesso. È umano, nulla più.

La lunga conversazione avuta con lui esula naturalmente dal concetto di interviste finora attuato, ma ognuno di noi è diverso , grazie al cielo, così parliamo di mille argomenti e mi rendo conto ogni minuto che passa che sto realmente parlando di tutto con uno dei più grandi Maestri della Letteratura e del Teatro nostrani ma, soprattutto , con un grande maestro di ironia, che non guasta mai . Il libro più incisivo a livello di battute a raffica resta giustamente “ Appartengo a una generazione che deve ancora nascere”, ma non si può e non si devono sottovalutare gli altri libri del Maestro, soprattutto i libri di poesie. Ne ho lette diverse e devo dire che non mi hanno stupita per incanto, precisione e magia, ce li aspettiamo da un artista poliedrico come lui. Mi ha sorpresa di più la “voglia” di tenerle come in una nicchia, come la luce di un piccolo faro che illumina però mille volte di più di quelli tradizionali. Forse è proprio questo che mi è piaciuto di lui, la scoperta di un animo profondo e sensibile.

Lo ringrazio promettendogli di richiamarlo per un’altra conversazione, certo, chi se la perde: un artista di questo calibro può solo insegnare il meglio di arti che perseguiamo e non sempre riusciamo ad onorare. Grazie, Maestro Caruso.

 …poesie senza senso , le chiama lui. Eppure…..

Un uomo mezzo bianco e mezzo nero
s’incamminò sperduto per il porto
trattandosi soltanto di un pensiero
che si fingeva vivo ed era morto”.