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PINO CARUSO - IL BERRETTO A SONAGLI

Adattamento Francesco Bellomo, Moreno Burattini e Pino Caruso

Personaggi e interpreti

  Ciampa, ragioniere – PINO CARUSO
La signora Beatrice Fiorica  - EMANUElA MUNI
La signora Assunta La Bellla - ANNA MALVICA 
Fifì La Bellla suo fratello - ALESSIO DI CLEMENTE
Il commissario Spanò - FRANCO MIRABELLA
La Saracena, cartomante - GABRIELLA SAITTA
Fana, cameriera della signora Beatrice –
Nina Ciampa, - CLAUDIA TOSONI
Regia di FRANCESCO BELLOMO
 

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VIENE DA ALTRI MONDI IL CIAMPA DI CARUSO

La commedia di Pirandello recitata con lucido distacco

di CLAUDIA PROVVEDINI

Immagine correlata

Come se il suo "vecchio" scrivano Ciampa arrivasse da un altro pianeta, Pino Caruso ha esposto. ancora una volta nella storia del Berretto a sonagli di Pirandello, la teoria delle relazioni tra gli uomini. Ma sul palco del teatro Verga di Catania, non ha indugiato - né feroce come un Salvo Randone, né allucinato come Paolo Stoppa - sulle famose tre corde, battendosi tempie e fronte: la seria a destra, la civile in mezzo, la pazza a sinistra, corde che la gente farebbe vibrare nei rapporti con i suoi simili. (Caruso (lontani il cabaret, la tv anni '90) ha esposto, con distacco "cattivo" verrebbe da dire brechtiano, quella teoria da Freud in terra di Sicilia e, come parlasse tra sé e sé, anche il tema dei "pupi che siamo" e passeggiamo scontenti per il mondo. sembra lui, infatti, factotum del cavaliere Fiorica con cui la giovane moglie lo tradisce, lui solo, sapere tutto, delitto e assassino come in un giallo. Il Ciampa di Pino Caruso (straordinario attore di una sorprendente modernità), lucido condensato di disperazione e impotenza, supera i "tic" dei pupi pirandelliani e, nella misura dei gesti impregnati di parole-pensiero, si colloca da sé fuori dallo spazio e dunque dal tempo. È classico.

28/03/ 2010 CORRIERE DELLA SERA

 

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IL BERRETTO NELL’INTERPRETAZIONE SUPERBA DI PINO CARUSO

di SERGIO SCIACCA

L’essere e l’apparire convivono con ammirevole forza psicologica nell’interpretazione superba di Pino Caruso: il suo Ciampa sa essere vero e allo stesso tempo sa cercare di nascondere la propria dignità sotto le parvenze imposte dalle circostanze: è l’eroe che deve fare i conti con la sua posizione subalterna. Ma è il vero deus ex machina della commedia e, vorremmo sperare, anche nella vita civile. Si può anche riconoscere l’incombere di un padrone: ma fino a un certo punto. E Pino Caruso lo rende evidente senza clamori inutili, senza pose retoriche, con un’immagine che non può essere finta: deve essere il ritratto di chi il mondo lo conosce e sa renderne gli stati d’animo. Il pubblico gli ha tributato applausi calorosissimi alla prima di giovedì.

20/03/2010 LA SICILIA

 

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 PINO CARUSO FORMIDABILE, "IL BERRETTO A SONAGLI”

di DANIELA DOMENICI

Pino Caruso si è trovato a doversi confrontare con due grandi “mostri sacri” del passato che hanno interpretato il protagonista, lo scrivano Ciampa, Turi Ferro e Salvo Randone  ma ha scelto una via diversa, se così possiamo dire, diversa dalla loro: lo ha colorato, lo ha caratterizzato con una ‘domesticata e bonaria fatalità’, perché Ciampa, alla fine, è un personaggio vittima del disegno machiavellico di Beatrice, “soccombe alla vita come agli eventi”. E tutto questo Pino Caruso è riuscito a renderlo con una recitazione “parlata”, delicata, intimista, quasi sottovoce, se ci permettete il termine, che attrae, che commuove, che fa riflettere, applausi e complimenti per lui davvero meritati. Un esempio tra i tanti: formidabile quando, nel primo atto, spiega le tre corde del cervello, quella civile, quella seria e quella pazza.

Lunedì, 5/04/2010 ITALIA NOTIZIE

 

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CARUSO È UN GRANDE CIAMPA NEL TRIONFO DELLA CORDA PAZZA

Spicca la prova matura dell'attore nel "Berretto a sonagli"

di GUIDO VALDINI

Assai opportuna, dunque, questa rilettura del capolavoro pirandelliano …. impeccabilmente interpretata da Pino Caruso…
...Prevale la convincente, inedita e matura prova di Pino Caruso. Il suo disgusto per la finzione, il suo tono dolente di vittima consapevole di essere comunque perdente, ad onta di un apparente trionfo, e che, quindi, alla ‘orribile risata’ finale, sostituisce un sommesso singhiozzo che affoga l’impossibilità della verità.

15/04/2010 LA REPUBBLICA

 

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PINO CARUSO CI REGALA UN CIAMPA SUPERBO

di SIMONETTA TROVATO

E chi ci pensava più a Ciampa? Giochi fatti, accordi presi, pasticci compiuti… e chi ci pensava più al povero scrivano cornuto e mazziato? Così quando lui irrompe sulla scena - Pirandello lo vuole cadaverico, abito e faccia imbrattati di terra, fronte ferita… - rompe un equilibrio precario che si regge sull’apparenza riconquistata. Ma Ciampa è la coscienza, che non si può prendere in giro, se non di comune accordo. È il berretto a sonagli da scuotere, il pupo autonomo che sa quando farsi manovrare. È tutti noi quando ci mettiamo di fronte ad uno specchio e ci sputiamo in faccia. Pino Caruso regala a Ciampa una lineare coerenza, una nobiltà di modi che lo stesso Pirandello non gli consegna: Caruso non cede alla facilità di scrittura che lo vuole dimesso e servile, lui no, il suo Ciampa è un uomo profondamente ferito, ma resta un uomo. Non è un marito, non un servitore, non un bugiardo; un uomo che ricuce brandelli di ovvia appartenenza e se li sistema addosso, ben cosciente della loro fragilità. Bella prova per l’attore palermitano, questo ‘berretto a sonagli’ di scena in questi giorni al teatro Biondo fino al 25 aprile - che lo coproduce con lo stabile di Catania. Pino Caruso non è Ciampa per età (Pirandello lo indica sui 45 anni, scomposto, trasandato) ma lo è per maturità, visto che il personaggio dello scrivano è un punto di arrivo, un po’ come re Lear.
Non si può improvvisare Ciampa, te lo devi cercare dentro, ritrovare nelle pieghe di una coscienza matura. Pino Caruso ha messo di lato tutto un passato di gesti e linguaggio, per accogliere la prova probabilmente più completa della sua lunga carriera. ... Pubblico contento e grandi applausi alla fine.

RTV 16/04/2010 GIORNALE DI SICILIA

 

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 PINO CARUSO GRANDE INTERPRETE DEL TEATRO PIRANDELLIANO

Il personaggio di Ciampa è stato incarnato dal mattatore d’eccezione Pino Caruso, attore tra i più versatili e intensi del nostro teatro e del nostro cinema, che ha restituito al ruolo quella lucida dimensione psicologica e introspettiva tipica delle maschere pirandelliane, attanagliate in quel velo di amara ironia che lascia spazio a riflessioni di amaro retrogusto.

29/04/2010 IL QUOTIDIANO

 

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 LA ‘CURA’ DI PINO CARUSO PER PIRANDELLO
Il grande attore siciliano in scena al teatro Bonci col Berretto a sonagli 

di ROMANO PIERI

(...) ...infatti nella tradizione di Salvo Randone, Turi Ferro, Paolo Stoppa e Pino Caruso i protagonisti si trovano variamenti inguaiati anche se, a onor del vero, l’interpretazione di Pino Caruso è a suo modo rivoluzionaria.
Perciò il personaggio di Ciampa perde la tradizionale maestosità di un prologo ottocentesco, imbevuto anche di una deplorevole retorica, mentre Caruso lo depura di tutte le incrostazioni successive per farne il simbolo di una borghesia inguaiata dalle complicazioni matrimoniali e senza il parafulmine del divorzio.

2 febbraio 2011 IL RESTO DEL CARLINO

 

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 PINO CARUSO INTERPRETA ALLA GRANDE “IL BERRETTO A SONAGLI”

Pino Caruso, attore fra i più versatili e intensi del teatro e del cinema italiani, aggiunge il suo nome ai mitici interpreti del ruolo di Ciampa, da Salvo Randone a Turi Ferro, fino a Paolo Stoppa, virando il personaggio verso un distacco quasi brechtiano, lucido condensato di disperazione e impotenza: nella misura dei gesti si colloca in una dimensione astratta dalle connotazioni di spazio e tempo, pienamente classica. Lontano da molte delle caratterizzazioni enfatiche che altri interpreti hanno scelto per il personaggio, Caruso incarna la bonaria fatalità che Ciampa esprime come "vittima" della vita e degli eventi: soltanto alla fine della vicenda l'uomo trova la forza di ribaltare la situazione, con la trovata geniale di sostituire la realtà con una realistica finzione.

16/02/2011 - INFORMAZIONE.IT NOTA DI REDAZIONE

 

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 “IL BERRETTO A SONAGLI” DI PIRANDELLO CON UN PINO CARUSO SUPERLATIVO

di FRANCESCO NICOLOSI FAZIO

Caruso superlativo, attori bravi e lievi, anche nel recupero di battute dialettali da “A birritta ch’è ciancianeddi”.

Febbraio 2011 SCENARIO

 

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“IL BERRETTO A SONAGLI” CAPOLAVORO D’ATTORE
Pino Caruso in un'originale interpretazione del testo pirandelliano.

di RODOLFO DI GIAMMARCO

Rodolfo Giammarco

Pino Caruso dà l’impressione di volere giocare altre carte, adottando la storia e le battute di Ciampa ne Il berretto a sonagli, lavoro degli stabili di Catania e di Palermo che sbarca al Quirino. S’annuncia a sostegno dell’identificarsi di Caruso con il calvario di quest’uomo, la cui moglie ha una relazione col padrone/datore di lavoro, che un attore come lui può dar peso e voce all’aspetto sofistico del marito alle prese con un infamia, avendo dalla sua i mezzi sottili dell’entertainer siciliano, i trucchi speculari del comico razionale, senza dover far fronte a un certo dignitoso dolorismo di interpretazioni altrui del passato. E si vedrà, allora, quale gioco di prestigio spunterà fuori dal variare delle tre corde espressive e cognitive di Ciampa, quella seria, quella pazza e quella civile.

1 marzo 2011 - LA REPUBBLICA

 

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 UN GRANDISSIMO PINO CARUSO

Teatro Della Corte  di Genova  - Il berretto a sonagli 

Lo spettacolo, è prodotto dal Teatro Stabile di Catania e dal Teatro Stabile di Palermo. §
Il berretto a sonagli 
ripercorre tutta una serie di temi profondamente pirandelliani, e dà corpo ad essi attraverso i personaggi di Beatrice e in particolare del vero protagonista dello spettacolo, il signor Ciampa. Quest’ultimo, interpretato da un grandissimo Pino Caruso, rappresenta il “pupo” che indossa agli occhi degli altri una maschera; sa ma finge di non sapere, per mantenere lo status quo e difendere la tranquillità familiare e sociale.

Febbraio 2011 IL SECOLO XIX

 

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 PINO CARUSO SEMPLICEMENTE STRAORDINARIO

di FILIPPA ILARDO

 

Il rapporto tra la scrittura e la sua interpretazione è il punctum da cui staccare una riflessione su una regia, quella di Dipasquale, direttore dello Stabile di Catania, che, nulla aggiunge e nulla toglie, se non il merito di avere ravvisato in Pino Caruso una sostanza antropologica che bene intercetta gli umori, la verità, la dialettica, certe illuminanti interiorità dell'umorismo del drammaturgo agrigentino, offrendo una interpretazione capace di misurarsi con i grandi interpreti che hanno fatto di Ciampa un personaggio senza tempo.
Ora Caruso imprime al personaggio, così stratificato e complesso, una recitazione moderna, frutto di una naturalezza semplice e spontanea. Tenerezza, scontrosità, indolenza, scetticismo, mezze verità e mezze bugie, detto e non detto, ambiguità: sono tutti i registri che l'attore è in grado di concertare variando i moti dell'animo e rivelando una straziante sensibilità di attore. Attraverso una schiettezza spicciola e vera, Pino Caruso studia un personaggio fatto di delicatezze e di sfumature rassegnate, addomesticato, ferito, mite, quasi dolce, fortemente dimesso, racconta pacato la sua sofferta verità, allusivo più che dialettico, nel suo ragionare una tensione etica, filosofica, psichica, che, con un sorriso e un velo di malinconia, giunge alla follia.
Caruso avvicina il personaggio a quell'essere "dimissionario", quale Ciampa era apparso a Sciascia, un uomo rinunciatario, inerte, rassegnato, quotidiano anche nella sua rassegnazione, un uomo che ha capito il gioco e che ha deciso di tenersi addosso le sue maschere, consapevole di portarle.

7/03/2011 SIPARIO

 

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 UN PINO CARUSO DA NON PERDERE

Teatro Quirino Roma

di FABIO SEPE 

Questa edizione vede impegnato Pino Caruso, per la prima volta nel ruolo di Ciampa. È davvero un grande piacere vedere recitare l'attore siciliano, peraltro in grandissima forma, in uno dei classici del grande drammaturgo agrigentino.
Il tema dell'adulterio, sempre attuale, viene trattato con maestria, grazie all'interpretazione semplice e intensa di Pino caruso, coadiuvato da un tono di voce caldo e drammaticamente espressivo. Lo spettacolo è assolutamente da non perdere.

 

PINO CARUSO UNICO

 Il berretto a sonagli al Quirino

La prima volta fu di Angelo Musco nel 1917 al Teatro Nazionale di Roma. La rappresentazione era quella originale in lingua siciliana dal titolo A birritta cu’ i cianciareddi…..
Oggi Il berretto a sonagli, celebre capolavoro di Luigi Pirandello, prende vita al Teatro Quirino con l’eccezionale bravura di Pino Caruso, al suo esordio nel ruolo del protagonista Ciampa…..
Pino Caruso veste i panni di Ciampa, personaggio chiave dell’opera pirandelliana. La sua è un’interpretazione quasi filosofica del pensiero pirandelliano che dona una luce sofistica a un personaggio che non è mai stato analizzato da nessun altro attore/regista in questa visione rendendo unica la prova di Caruso.

NOTA DI REDAZIONE

 

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Vittorio Sindoni (regista) a Pino Caruso

IL TUO CIAMPA RESTERÀ NELLA STORIA
DEL TEATRO PIRANDELLIANO E NON SOLO.

Caro Pino
Sono felice per avere ricevuto il tuo “Berretto a sonagli” e dispiaciuto per non averlo visto a teatro. La “mia giovane età” mi ha consentito di vedere la versione di Paolo Stoppa e Turi Ferro (purtroppo non quella con Randone), ma il tuo Ciampa è un’altra cosa. Una cosa bella che resterà nella Storia del teatro pirandelliano e non solo. Le critiche dei giornali lo confermano e quindi io non sto dicendo niente di nuovo. Di nuovo dico che sono orgoglioso di averti conosciuto e di avere lavorato con te che, oltre a essere uno straordinario attore, autore e scrittore, sei il personaggio più serio e coerente dello spettacolo italiano, a cui hai dato tanto, ma dal quale hai ricevuto solo in parte quello che meriti.

VITTORIO SINDONI - Roma 21 febbraio 2012

 

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UN MERAVIGLIOSO CARUSO NEL “BERRETTO A SONAGLI”
Teatro Eliseo di Roma

In questa edizione troviamo Ciampa interpretato da un meraviglioso Pino Caruso, che siamo abituati spesso a vedere in ruoli brillanti, ma che qui dà una vera e propria lezione di teatro. Il suo è un Ciampa lapidario, senza sbavature che ti entra dentro, ti convince e intenerisce. Caruso non ha niente da invidiare ai più grandi attori europei, francesi o inglesi, comunque shakespeariani. Oggi è decisamente il più grande attore italiano.

CULTURA E SPETTACOLO REDAZIONE - 11/03/2013 

 

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STANDING OVATION PER PINO CARUSO
Il berretto a sonagli

di ARIANNA ARETE MARTORELLI

Ieri sera all'Eliseo è andato in scena lo Il berretto a sonagli di Pirandello. Protagonista: Pino Caruso. Una prima serata che ha visto una notevole affluenza di pubblico e la presenza di volti noti del mondo dello spettacolo.
La tragicommedia si è conclusa con un applauso fragoroso per tutti gli interpreti, ma solamente per Pino Caruso c'è stata una standing ovation da parte del pubblico e il collega Franco Nero per mostrargli apprezzamento, dopo essersi alzato in piedi, è andato a stringergli la mano. Alla fine degli applausi Caruso ha ringraziato il pubblico facendolo tornare a casa con delle parole dal retrogusto amaro sulla situazione della crisi del teatro, lui stesso ha detto: "tutti pensano all'economia del Paese, fanno tagli sulla cultura, ma non si rendono conto che l'economia e la cultura sono strettamente collegati. Avete mai visto un paese debole economicamente, ma culturalmente avanzato?

 

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PINO CARUSO UN INDIMENTICABILE CIAMPA

di EMILIA COSTANTINI

Pino Caruso è un indimenticabile Ciampa in questo nuovo adattamento de «Il berretto a sonagli» di Luigi Pirandello. Cauta ironia ed elegante sarcasmo: sono queste le caratteristiche che il grande attore siciliano imprime al personaggio, tra i più celebri del repertorio pirandelliano.

CORRIERE DELLA SERA

 

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UN GRANDE PINO CARUSO

di SERENA GIORGI

Pino Caruso è a dir poco magnifico nel suo Ciampa, un ragioniere incaricato di proclamare le finzioni sociali della Sicilia del dopoguerra, attraverso la concezione morale delle tre corde: la seria, la civile e la pazza. Vecchio, brutto, innamorato di una moglie che lo ha tradito, è consapevole e se vogliamo complice, del tradimento. Un compromesso tra amore e onore, sufficiente per sopravvivere. Ma non per Beatrice Fiorica (Emanuela Muni), lei che rappresenta la verità, che non tace ma urla il suo disprezzo ribellandosi all’adulterio del marito.
E il personaggio di Ciampa, fluido nel dialogo quasi come in un monologo filosofico, col suo modo pacato e sommesso, viene fuori in tutta la sua meschina incarnazione borghese. Caruso (un grande Caruso) è il Ciampa che Pirandello ha pensato. Vittima e carnefice, falso e perbenista; sa assumere sul palco le sembianze di un uomo dall’aria rassegnata, del servo obbediente, il suo tono ovattato nasconde la doppiezza del ragioniere umile e accademico insieme. È diverso dagli altri.

IL GRIDO 11/10/2011

 

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 PROTAGONISTA D’ECCEZIONE PINO CARUSO

Un affresco sulla Sicilia degli anni Cinquanta

di PAOLO POLIDORI

“Il berretto a sonagli” è da sempre una delle opere più frequentate di Pirandello. Al teatro Ghione sta andando in scena la versione con protagonista d’eccezione Pino Caruso, colorata di sicilianità, ma senza forzature o esagerazioni. Il risultato è un affresco sulla Sicilia degli anni Cinquanta degno dei migliori film di Pietro Germi. la vicenda è collocata nell’immediato dopoguerra, recuperando così certe situazioni tipiche del mondo siciliano di quel tempo. Il Ciampa proposto magistralmente da Pino Caruso è il distillato della contaminatio pirandelliana, e si muove con pacatezza e lucidità, nell’arco dei sentimenti di dolore, furore, pietà e ironia che permeano il suo essere ora uomo ora pupo, ora personaggio.
Alla fine, tanti e duraturi applausi. Uno spettacolo da non perdere.

MALGRADO TUTTO WEB 24/03/2013

 

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 Teatro Biondo Stabile di Palermo
Diretto da Pietro Carriglio

PINO CARUSO

MI CHIAMO ANTONINO CALDERONE
di Dacia Maraini e Pino Caruso

Dal libro
“Gli uomini del disonore”
di Pino Arlacchi

Regia di
Pino Caruso

 

 

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UNA TRAGEDIA SOTTOVOCE

di PINO ARLACCHI

Pino Arlacchi

Le opere e i giorni di un mafioso e il mondo arcaico e brutale di Cosa Nostra siciliana non erano mai stati fatti rivivere a teatro con la stessa vividezza, intelligenza e profondità dell’interpretazione di Pino Caruso.
Egli è riuscito a compiere un’impresa che sembrava impossibile: generare una narrativa della mafia italiana all’altezza di quella sulla delinquenza organizzata degli Stati Uniti. Mi chiamo Antonino Calderone è in grado di reggere il confronto con il capolavoro di Mario Puzo, con la serie televisiva dei Sopranos e con il film di Martin Scorsese Quei bravi ragazzi. La scelta di una chiave espressiva che aderisce strettamente ai fatti ed ai personaggi, i toni sobri della recitazione e i contenuti secchi, essenziali del racconto che rifuggono dall’enfasi retorica e dagli stereotipi correnti sulla mafia siciliana, sono gli ingredienti di una narrativa che finisce con l’avvincere come una tragedia greca. Siamo nel campo della vera arte, e perciò anni luce lontani dalle fiction semi-demenziali su Cosa Nostra, con i loro attori dalle facce di bambocci, la loro Sicilia da spot pubblicitario, e l’insopportabile banalità dei dialoghi, degli ambienti e degli intrecci.
Grazie, Pino Caruso. Mi sembrava di vederlo, Nino Calderone, raccontare davanti a me e al registratore, con la sua voce bassa e con i suoi toni dimessi, le cose più terribili, le sofferenze quasi indicibili, gli atti più osceni e depravati cui aveva assistito e partecipato. Grazie Caruso, per avere reso il senso del delitto, del castigo e del pentimento trattando la materia con tocco lieve, modesto, talvolta perfino ironico, senza declamare dalla terrazza del Grand Hotel sull’abisso, né fare la predica antimafia a nessuno. Perché è da questa miscela di furie demoniache e di descrizione espositiva che nasce il pathos singolare di questa rappresentazione, e la potenza nascosta del suo messaggio di liberazione. 

 

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RIFLESSIONI

di Pino Caruso

L'attore in scena alla sala Harpago

 

Ficarra e Picone

 

PINO CARUSO, VACCINO ANTI INSIPIENZA

Il grande attore palermitano torna con alcuni pezzi “storici” del suo repertorio.

Regia Valentino Picone

Luci Salvo Ficarra

 

di CARMELITA CELI

Forse basterebbe solo riferire, sic et simpliciter, ciò che Pino Caruso, con invisibili lenti d’ingrandimento che possiede dalla nascita, nota e “contronota” (direbbe Ionesco) dello stato “reale” delle cose.
O forse è sufficiente rivedere quel tonante, insinuante, strepitoso “Venga a prendere il caffè da noi” (nella tv pensante del Pleistocene) per capire quanto quella perfezione drammaturgica, mimetica, autorale, a un passo dal delirio e a uno e mezzo dal grottesco, sia insuperata e modernissima.
E quel suo (s) parlare di mafia che è chimica educativa e inarrivabile di beffa e serietà, tra un calembour (“La Sicilia è luparadiso… che viene da lupara”), una strizzata d’occhio all’ “alta” letteratura (l’omertà “suggerita” da Pirandello: “Chi è stato? Uno, nessuno e centomila. Dov’è successo? Liolà. Ma allora non c’è niente da fare? Così è se vi pare”) e un’intuizione profetica che ti gela il sangue: “I confini della mafia sono i confini stessi del sistema”.
Ma forse bisogna solo andare a vederlo alla Sala Harpago fino al 14 in “Riflessioni” con due complici d’eccezione, Ficarra&Picone, felicemente presenti in sala alla “prima”, l’uno “addetto alle luci”, l’altro alla regìa.

 

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Basta eccome per riprenderselo tutto intero, Pino Caruso, 4 volte vent’anni, unico nell’unicità dello spettacolo “in corpore vivo” che ti restituisce le difese immunitarie contro l’insipienza, l’indifferenza, l’omologazione.
Saranno pure tutti suoi figli, tutti suoi allievi, tutti suoi fan: certo è che in quel rigoglioso vivaio di comici talentuosi che (nonostante “mascelloni” viveur e sacre ampolle) è l’Italia, da Zelig e dintorni, Pino Caruso non è primus inter pares. Lui è primus e basta.
Due leggìi a fargli da bussola per un comandante vero e senza “inchini” che naviga su un’onda d’analisi invidiabile, fascinosa, inchiodante.
La prima rotta è un’affinata “routine” fatta di ingorghi (“quelli fatti a macchina: il semaforo; e quelli fatti a mano autore il vigile urbano”) con l’automobile-rito (“Molti credono che il deus ex machina sia Dio con l’automobile; del resto il Padreterno, quando ha creato il mondo, non ha detto Fiat, che sembrava Marchionne!) e ne imbocca un’altra di fatti e misfatti dell’Italia (“A Roma un treno dal Sud è arrivato puntuale: hanno aperto un’inchiesta”) dell’Italia, che “è stata divisa quando l’hanno unita” e che qualunque cosa si faccia (autostrade, treni super veloci, ecc.) si parte sempre dal Nord. Persino le previsioni del tempo partono sempre da nord: Milano-nebbia, Bologna-pioggia, Firenze-nuvoloso… che se è previsto “temporale in Sicilia, a noi la notizia ci arriva quando siamo già alluvionati e con l’acqua alla gola”.
E poi la mafia: ”Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Proclamata la Repubblica lo stato italiano ha impiantato le industrie al nord e la mafia al sud. Ottenendo in entrambi i casi grande successo.” Sicché non c’era lo Stato colluso con la mafia. Lo Stato non c’era proprio”. E in Cosa nostra, Caruso intercetta un’inquietante “anticipazione” socratica (“Io so di non sapere nulla, ma se questo stesso nulla potesse portare pregiudizio, ne so ancora di meno”) e diverse “scuole” di pensiero: la surrealista di Riina (“io non sono io, sono un altro… “Ma un altro chi?” “E che ne so, io mi faccio i fatti miei”) e la metafisica di Badalamenti che arriva a negare la propria esistenza: è solo una voce che hanno messo in giro i pentiti.
Eppoi le storie della sua storia. La povertà vera della giovinezza per cui poco valgono le migrazioni poetiche di Benigni (“La povertà è ricchezza, dice lui. Questo lo dicono i ricchi per scoraggiare eventuali concorrenti.”
E la sua “chiamata” al teatro che lui scambia per vocazione ché era stato il prete sul pulpito a folgorarlo. E i primi passi d’attore a Roma quando “ho chiesto l’elemosina a un mendicante”
I suoi “miti”, Totò, Visconti, l’inattesa scrittura per “Il gattopardo”, i ricordi catanesi al Teatro Stabile e stralci struggenti (come quello del “morto/vivo”) delle sue fantastiche fantasticherie letterarie. E tutto ciò senza neppure il sospetto dell’autoreferenzialità. Al contrario, lucidità attenta al “noi” e allertata da il senso dell’umorismo come l’espressione più alta della serietà. Lo stesso che, mescolato a spiritualità terragna e umanissima, gli fa dire: "Dio, anche se non ci sei, aiutaci lo stesso”

06/12/2014 LA SICILIA

 

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RIFLESSIONI

Monologo
di Pino Caruso

ILARITÀ RIFLESSIVA

di PINO PESCE

Pino Pesce

Sgranava i suoi aforismi al pubblico divertito che sorrideva a coro; ogni tanto intermezzava qualche riflessione di mezza paginetta (poco più, poco meno); o, andando oltre nella lunghezza, qualche storia diretta o indiretta. (....)  Di anni ne ha ormai 80, compiuti il 12 ottobre 2014; è nato infatti – sciorinandolo agli ascoltatori – nel 1934 «improvvisamente a Palermo» senza essere stato avvisato; «quindi, a tradimento, di notte», preso «nel sonno». Parlo di un grande artista: Pino Caruso che, per 10 giorni, fino al 14 dicembre, ha tenuto banco di ilarità riflessiva al “Gatto blu” di Catania. Riflessiva, l’ilarità di Caruso, fino al pathos pirandelliano dell’umorismo come «sentimento del contrario» dopo essere passato dal «sentimento dell’avvertimento».

Dell’umorismo, l’attore palermitano dice di essere il suo 'sesto senso', e dimostra di essere «l’espressione più alta della serietà»; la stessa serietà che, di fatto, traspira da ogni pagina del suo ultimo (scrittore assodato) libro di pochi mesi fa:Appartengo a una generazione che deve ancora nascere. Ha ben ragione di dichiararlo, considerato l’alto rispetto che ha per il creato (è infatti un vegetariano) che, invece, non ha il Vecchio Testamento, di cui, Pino, ne confuta illuministicamente la «predica» della «vendetta», «l’odio per i nemici», la legittimazione della «schiavitù e l’incesto», come della «morte» e del «fanatismo (contrabbandandolo per amore di Dio)», il non rispetto delle «donne» e degli «animali»; il riconoscimento, quindi, di un Dio «di parte, facile all’ira, vendicativo e crudele».
La prova, quindi, come sia nella scrittura che nello spettacolo, Pino Caruso, per innate qualità (si autoproclama orgogliosamente autodidatta), riesca a passare (come si legge nel primo risvolto della copertina) «con estrema disinvoltura, e pari efficacia, dal comico al drammatico».
Meraviglia-piacere della serata: vedere un comico sorridere, fino a sganasciarsi senza ritegno, sulle battute di un altro comico; era il suo regista: Valentino Picone, occasionalmente in sala (a pochi palmi da me).

ALBA PERIODICO on line e cartaceo

 

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NON SI SA COME

di Luigi Pirandello

Adattamento, riscrittura e regia
Pino Caruso

 


 

Personaggi e interpreti
Romeo Daddi - PINO CARUSO
Bice Daddi, sua moglie - GIUSI CATALDO
Giorgio Vanzi - ALESSIO DI CLEMENTE
Ginevra, sua moglie - EMANUELA MUNI
Nicola Respi - ROBERTO BURGIO

 

Freud e Pirandello - Note di regia di Pino Caruso

In “Non si sa come”, Pirandello s'incontra con Freud. E ci si rende conto che alcune sue commedie avrebbe potuto scriverle proprio Freud, come alcuni trattati di psicoanalisi avrebbe potuto concepirli Pirandello. E forse è fenomeno (almeno letterario) già accaduto; ché essendo l'uno dentro l'altro, si comportano, Freud come un personaggio di Pirandello e Pirandello come un paziente o un caso clinico di Freud. In altre parole, mentre Pirandello è freudiano, Freud è pirandelliano. Ed ecco che si chiude il cerchio di una scoperta della mente sulla mente, che inventa un modo di leggere l'anima dell'uomo e i percorsi del suo cervello. Come dire che i miracoli li fa la scienza, la quale si fa letteratura, che si fa, in pensieri, parole e opere, teatro. Sicché la vita s'impara leggendo, o a teatro. Pino Caruso

 

NON SI SA COME
di Luigi Pirandello

INTERPRETAZIONE MAGISTRALE DI PINO CARUSO

di AGNESE FERRARO

Si sono concluse ieri, con l’appuntamento pomeridiano, le repliche dello spettacolo “Non si sa come” diretto interpretato da Pino Caruso e prodotto dal Teatro Biondo Stabile di Palermo. Un imponente piano inclinato occupa tutta la scena. Il progetto dello scenografo Enzo Venezia, rafforza la naturale tendenza all’instabilità mentale dei quattro personaggi, Romeo e Bice Daddi e Giorgio e Ginevra Vanzi facendoli apparire sospesi a mezzaria come in un sogno.
Sulle linee oblique di una scenografia minimale, gli attori appaiono come sdraiati su un enorme lettino da psicoanalisi e lo spettatore può persino immaginare di essere Freud.
Monologhi e paranoiche conversazioni si alternano ripetendosi, come biglie in discesa libera rotolano velocemente e trascinano lo spettatore stanco nel caos del flusso di coscienza. Romeo Daddi racconta confondendoli delitti del passato e tradimenti del presente, espone arzigogolate congetture sulla differenza tra realtà e finzione, “è impazzito!” affermano tutti i personaggi almeno una volta ma è la precisione della sua follia nella interpretazione magistrale di Pino Caruso ad assicurargli un clamoroso applauso del pubblico in sala. Accademiche ed essenziali le interpretazioni di Giusi Cataldo, Alessio Di Clemente e Manuela Muni talvolta eccessivamente realistiche data l’intrinseca dimensione dell’assurdo del testo pirandelliano. Al termine dello spettacolo il regista è sceso in platea ed ha ringraziato personalmente il pubblico in sala e simbolicamente tutto il pubblico teatrale italiano augurandosi con un sorriso l’incremento della partecipazione popolare a tutte le manifestazioni culturali perché, proprio come è successo a lui, “la vita si impara a teatro”. 

16/03/2015

 NON SI SA COME
di Luigi Pirandello

CONSENSI E APPLAUSI SCROSCIANTI PER PINO CARUSO

di MARIO PINTAGRO

Grande apprezzamento per il debutto della nuova versione firmata da Pino Caruso e prodotta dal Biondo. Un plausibile incontro immaginato tra l’autore di Girgenti e il maestro della psicanalisi, Freud.
Consensi e applausi scroscianti per il debutto in prima nazionale della nuova edizione del dramma in tre atti di Luigi Pirandello, Non si sa come, messo in scena attraverso una chiave di lettura più attuale e psicanalitica, diretto e interpretato dal grande Pino Caruso e prodotto dal Teatro Biondo Stabile di Palermo..
A fianco di Pino Caruso un cast di stimati interpreti: Giusi Cataldo nei panni della confusa e seria Bice Daddi, la coppia di amici Giorgio Vanzi, ufficiale di marina e sua moglie Ginevra, interpretati dai bravissimi Alessio Di Clemente ed Emanuela Muni, infine Roberto Burgio è il marchese Nicola Respi.
I costumi, curati dalla nostrana Dora Argento, più che attualizzare la storia, sembrano quasi fissarla in una dimensione di atemporalità, dove a emergere e a essere evidenziate sono più le azioni dei personaggi, i loro dialoghi, piuttosto che il contorno.
Le scene, invece, firmate da un altro maestro palermitano, Enzo Venezia, sembrano fare davvero la differenza, riuscendo ad aggiungere una semantica ulteriore a un testo che, però, non viene mai violentato del tutto nella sua pirandelliana natura originaria. Ci vengono mostrati sostanzialmente gli interni delle case delle due coppie di amici, entrambi rialzati e inclinati, quasi come a voler creare la sensazione di far sentire dentro quelle stanze lo spettatore stesso. Il mobilio è in legno grezzo, quasi a non voler distogliere – come i costumi – dalle vicende dei protagonisti.
Il cast in scena al Biondo di Palermo piace perché spontaneo e convincente, perfettamente a proprio agio nei drammatici contesti della fantasia pirandelliana; spiccano, in particolare, le due interpreti femminili, Giusi Cataldo ed Emanuela Muni, quasi ipnotiche nei loro botta-e-risposta a due, nei loro interrogatori serrati, nei loro reciproci deliri.
Non si sa come riletto da Pino Caruso permette un incontro tra Freud e Pirandello: l’inventore assoluto dello sguardo sessuato sarebbe stato davvero un ottimo spunto per il maestro che teorizzò sulle maschere sociali e sul sentimento del contrario, tutte riflessioni che mettono a nudo le menzogne dietro cui gli individui si nascondono. Freud e Pirandello che, come dice l’attore durante la presentazione dello spettacolo alla stampa, “sono quasi l’uno dentro l’altro”.
Non mancano, quindi, in questa nuova versione del testo prodotta dallo Stabile di Palermo gli originari richiami impressi dall’autore agrigentino: lo scenario fortemente umoristico, la sensazione che i ruoli si possano invertire da un momento all’altro lasciando apparire pazzo chi fino a un attimo prima cercava con la ragione di imbastire discorsi logici, la soffocante situazione degli individui, costretti a recitare una parte sul palcoscenico della società e ad abbandonarsi solo saltuariamente – quasi inconsciamente – a rigurgiti di vita autentica che sanno solo di follia.

LA REPUBBLICA 2015

 

 

Alessio Di Clemente, Giusi Cataldo, Pino Caruso, Emanuela Muni, Roberto Burgio

ACCOLTO CON CALOROSI APPLAUSI 

IL “NON SI SA COME DI PIRANDELLO-CARUSO

di GUIDO VALDINI

Com’è possibile che un impulso improvviso possa annientare la ragione? E come mai un amplesso consumato in sogno con uno sconosciuto può essere considerato un tradimento? Non si sa come. Appunto. Con questo titolo, Pirandello mandò in scena il suo subbuglio interiore, oggi riproposto da Pino Caruso in un’edizione (opportunamente ridotta) prodotta dal Teatro Biondo (e accolta con calorosi applausi) che sottolinea la pena dell’uomo di fronte all’impossibilità di sciogliere il grumo del mistero della coscienza e la sua condanna radicale ad abbracciarne tutto il dolore. È vero, non siamo più negli anni Trenta del ’900, la pseudomorale a cui appartengono quegli interrogativi è stata seppellita, quel perbenismo oggi ci fa sorridere, ma forse – sembra dire Caruso, che dello spettacolo è regista e protagonista  ̶  la scienza e la cultura (la psicoanalisi innanzi tutto) non sono riuscite a trovare una soluzione alle angosce che agitano il nostro profondo, non hanno saputo risolvere il problema della responsabilità. Il dominio delle pulsioni nascoste nel dramma borghese, il “delitto” rimosso e dunque come mai accaduto, il sogno più vero del reale, la vita che sconvolge le forme in cui si tenta di fissarla, la crisi dell’identità che rasenta la pazzia: sono tutti temi che vennero rimuginati dal drammaturgo in quest’opera sofisticata (ma anche talvolta farraginosa) che è Non si sa come, rappresentato nel 1936 al Teatro Argentina di Roma con la Compagnia di Ruggero Ruggeri, dopo una “prima” praghese l’anno precedente. Temi che in parte erano vivi nella cultura europea contemporanea, dal Surrealismo a Freud.
Il conte Romeo Daddi è la vittima di quella forza oscura dell’inconscio che annulla la volontà: dopo aver avuto una fugace tresca con Ginevra, moglie dell’amico Giorgio Vanzi, ed averne seppellita ogni traccia consapevole, Daddi viene folgorato dall’ossessione che anche sua moglie, l’insospettabile e delicata Bice, abbia potuto tradirlo: e pure se questo è accaduto solo in un sogno (e con Vanzi), ciò non vale ad evitargli il tormento. Se poi gli ritorna in mente uno squarcio del passato, quando, da ragazzino, uccise a pietrate un suo coetaneo in preda alla rabbia per un futile motivo, e nessuno ne seppe nulla e lui stesso rimosse il fattaccio, allora Daddi viene colto da una tempesta lucida che lo porterà ad un’indagine folle e, senza rimorso o senso di colpa, a volere fuggire dal mondo, finendo col farsi sparare dal geloso Vanzi dopo avere confessato di averlo tradito. Ad un primo tempo dove il clima di sospetto si spande sulla scena di un salotto borghese, risolto in chiave geometrico-razionalista da Enzo Venezia, segue il finale tragico dominato dal quadro che riproduce il celebre Incubo di Füssli. Pino Caruso è un Daddi dolente, oppresso, arreso, particolarmente ispirato nel racconto dell’omicidio del ragazzo, quando un’enorme pietra cala dall’alto sul palcoscenico. Nei costumi in un non facile equilibrio fra l’ieri e l’oggi (di Dora Argento), Giusi Cataldo è la remissiva Bice ed Emanuela Muni una Ginevra di ostentata sensualità, entrambe in un contesto recitativo dai toni di chiacchiericcio psicologico. Di vivace impatto la prova di Alessio Di Clemente (Vanzi) e di Roberto Burgio (Respi, l’altro vano corteggiatore di Bice).

LA REPUBBLICA 2015

 

 

PINO COLIZZI DOPO AVER VISTO IL DVD DI "NON SI SA COME"

Caro Pino, critiche entusiastiche al tuo, "Non si sa come", ma è poco. Non posso essere io l'unico spettatore che, attraverso una registrazione, chiara ma non esemplare, è stato coinvolto, non soltanto in una lezione di psicologia, di vita e di Teatro, eseguita da un attore-capolavoro, con una premessa magistrale e una conclusione fuori testo, magnifica.
No, non posso essere l'unico che colto la rivelazione di un testo; una rivelazione mai fatta prima, da chi ha trattato infinite volte questo e altri poderosi testi teatrali.
È stupefacente assistere alla rappresentazione essenziale dei significati nascosti; e questo è un beneficio che non può venire che da uno studioso dell'animo umano, da un filosofo, scrittore e uomo di grande sensibilità, e in più Attore, che è un suo vantaggio sleale nei confronti di Freud e di Pirandello che non lo erano.
Un testo che diventa Oracolo; e molto singolare, dato che, nel medesimo tempo, si fa interrogare  e interroga sul senso che contiene.
Qui, Pirandello diabolico, inventa "oltre", un programma tutto razionale-irrazionale, "oltre" tutto quello che dice, per riuscire a identificare il mondo reale-immaginario che ha dentro di sé; ed ecco che arriva un interprete, altrettanto diabolico, che scopre il percorso inverso, e svela segreti infamanti, quei segreti che l'autore potrebbe non essere riuscito a chiarire a se stesso, e, ammesso che ci sia riuscito, non vuole confessare. È un assassino che in tutti gli interrogatori è sicuro di non essere mai tradito. E invece questo qualcuno strappa via "il velo del dire alto", che copre la vergogna. Del limone agrigentino lui sperava che ci accontentassimo dell'acidulo, del piacevole, e invece qui viene scoperto l'acido, il dolore dei fiori perduti per dar vita ai frutti, e ti resta in bocca perfino l'amaro dei semi.
Non invidio quelli che sono in scena con te, anche se diretti con generosità sapiente, sono un mondo a parte, un'atmosfera in agitazione opaca, ma forse è questa la giusta scuola, e può darsi che anche loro potranno un giorno trovare l'intensità dei semitoni che commuove, la contemporaneità del pensiero-comunicazione che arriva, ammesso che abbiano dentro quel talento che ancora non sanno esprimere, può darsi che si distacchino dalla disinvoltura televisiva, e che capiscano che il teatro non è come la vita, che la sua verità va oltre quella della vita. Altrimenti il più grande spettacolo sarebbe il Telegiornale.
Con ammirazione anche invidia affettuosa.
Pino Colizzi 2015

 

 MAIL DA ALESSANDRO BORELLI GIORNALISTA 6 MARZO 2017

Ciao Pino, ti assicuro che non voglio diventare la tua persecuzione ma non posso trattenermi: ho trascorso la serata con la visione di "Mi chiamo Nino Calderone". Semplicemente superbo. Si rimane incollati davanti, per un magnetismo misterioso fatto della tua forza d'attore, eccezionale, e della realtà terribile che, dando voce e volto a un pentito, descrivi. La parte dei quattro ragazzini uccisi scuote dentro. Ma come si fa a rimanere indifferenti? Ma come si fa, invece di tante celebrazioni che grondano solo retorica e non servono a nulla se non a far da passerella per i soliti noti, a non mostrare un documento civile come questa tua straordinaria interpretazione nelle scuole e ai ragazzi? Che tristezza, questo Paese. Poi ci sono in giro dvd come questi e, almeno dalle nostre parti, non ne sa niente nessuno. Io proporrò che a scuola di Vittoria - un liceo psico-pedagogico di buon livello, dove però non si capisce bene il labile confine tra l'educazione civica e la militanza politica della docente - venga mostrato agli studenti. Ti farò sapere come viene accolta l'idea anche, s'intende, per eventuali permessi e diritti da parte tua.

Comunque un'interpretazione assoluta. Ti ringrazio una volta di più per questo dono. E anche per la pazienza di avermi letto fin qui. Mi permetto di abbracciarti con grande stima, riconoscenza e affetto, Alessandro Borelli

 

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