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 APPUNTI E PROMEMORIA
di Pino Caruso

I TRASPORTI

Le ferrovie in Sicilia sanno ancora di ottocento: una grande occasione per chi fosse intenzionato a viaggiare nel tempo, un pessimo affare per chi si ostina a servirsene oggi.

In Italia, da Napoli in su, corrono treni così belli, così equipaggiati di tutto (bar  ristoranti, self service), così  dotati di assistenza ai posti (caffè, bibite, settimanali, quotidiani, serviti vagone per vagone, passeggero per passeggero), così veloci (500 km in 2 ore e 20’) dai quali un bambino (come informa la pubblicità) non vorrebbe scendere mai.

Solo che questi treni al sud non esistono. sicché un viaggiatore non potrà mai dire di non volerne scendere, perché non potrà mai salirci.

Unico vantaggio: al sud un incidente per eccesso di velocità è praticamente impossibile.

Le ferrovie nel nostro paese non sono uguali per tutti. il nome "trenitalia" andrebbe modificato in "trenidimezzitalia" 

LA RADIOTELEVISIONE ITALIANA

A Palermo esiste una sede rai dove si potrebbe fare di tutto (concerti, lirica, prosa, varietà, fiction sceneggiati, film, documentari). vi si realizza  solo un telegiornale di pochi minuti e qualche sporadico servizio.

I CASINÒ

Perché a Campione, a Sanremo, a Venezia c’è un casinò e a Taormina no?

AFORISMA DI RIFERIMENTO
L'Italia è stata divisa quando l'hanno unita

 IL PONTE SULLO STRETTO

 

Non fare il ponte sullo stretto, ai siciliani è costato
molto di più che se l’avessero fatto. 


Il ponte sullo Stretto

"Più importante del Ponte sullo stretto esistono delle priorità!" Così hanno detto i siciliani per anni, appena qualcuno proponeva di costruire il Ponte. E fu così che, con la collaborazione dei siciliani, non si fecero né le priorità né il Ponte sullo Stretto. Complimenti!
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Il punto in cui si dovrebbe fare il ponte è piuttosto brutto, con il Ponte diventerebbe bellissimo. E non solo. Oltre ad avvicinarci all'Italia di almeno tre ore (per chi come me, e come molti, va in treno o in macchina), il Ponte sullo stretto sarebbe un'attrazione turistica fenomenale, diventerebbe una delle sette meraviglie del mondo. Ma molti siciliani non lo vogliono: “Per rispetto all’ambiente”, dicono... Che strano: siamo andati a costruire case bruttissime nella Valle dei Templi ad Agrigento, compromettendo non soltanto una bellezza da conservare, ma anche un patrimonio economico da sfruttare e adesso, non vogliamo il Ponte di Messina per non deturpare l’ambiente? Secondo questo criterio, ineccepibile come principio, ma controproducente come idolo cui sacrificare tutto, i greci non avrebbero dovuto costruire il Partenone ad Atene e i Templi nella valle di Agrigento. Al loro posto c'erano degli alberi. E non si sarebbe dovuto costruire nemmeno San Pietro a Roma, il Duomo di Monreale a Palermo e Santa Mariella Novella, la Piazza della signoria, gli Uffizi e Palazzo Pitti a Firenze. Insomma, dovevamo restare a vivere sugli alberi e non costruire città

Il problema non è costruire o non costruire, ma COME E COSA costruire. Così si valorizza il territorio; altrimenti si valorizza la sconsideratezza
L’ambientalismo, quando sconfina nel fanatismo, danneggia l’ambiente.”

AFORISMA DI RIFERIMENTO
L'Italia è stata distrutta quando l'hanno ricostruita

LE AUTOSTRADE

   Non parliamo delle autostrade, che ci sono senza esserci

LE DISPARITÀ

Questa (e altre disparità) dovrebbero provocare da parte dei siciliani. reazioni indignate:  lettere ai giornali,  al Presidente della Repubblica – che è siciliano, - al Presidente del Senato - che è siciliano - manifestazioni di protesta e denunce varie in ogni direzione… nulla, non accade nulla. 

   I siciliani sopportano tutto, soprattutto l’insopportabile.

I siciliani accettano l'inaccettabile come fosse inevitabile.

 In Sicilia sono passati tutti: fenici, greci, romani arabi, normanni, francesi, spagnoli, americani...
si spera che, alla fine, arrivino anche i siciliani.

I siciliani, singolarmente sono entusiasmanti, è come  collettività che diventano pericolosi per se stessi.

I SICILIANI STANNO FACENDO DI TUTTO PER DANNEGGIARE LA LORO TERRA
E, SICCOME SONO INTELLIGENTI, CI RIESCONO BENISSIMO
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PROMOZIONE TELEVISIVA DELLE ARANCE SICILIANE 
SU COMMISSIONE DELLA REGIONE.

Ideata da pino caruso

"LE ARANCE, IN SICILIA, SONO DOLCI CHE CRESCONO SUGLI ALBERI"

  

L'Assessorato Regionale delle Risorse Agricole e Alimentari della Regione Siciliana,
il 19 aprile 2012,  in riferimento alla propaganda della arance di cui sopra dichiarava:

"L'intera campagna pubblicitaria 2012 sulle arance siciliane, è stata promossa dall'Assessorato Regionale delle Risorse Agricole e Alimentari della Regione Siciliana."

NOTA DI PINO CARUSO: 

L'INTERA CAMPAGNA PUBBLICITARIA??? QUALE??!!

"L'INTERA CAMPAGNA PUBBLICITARIA"
ANDAVA IN ONDA  SOLO POCHE SETTIMANE, SOLO IN RAI E POCHE VOLTE

 Soldi buttati nel silenzio più totale. Nessuno ha protestato o chiesto spiegazioni.

"Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre
chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali"

"I siciliani resistono a tutto, soprattutto ai miglioramenti."

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UNA NOTA POSITIVA

I siciliani non si sanno difendere dai loro difetti, non curano come dovrebbero le loro città, i loro siti archeologici, ma quando si tratta di soccorrere chi fugge dalla fame e dalla guerra, diventano campioni di civiltà.

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IL TEATRO SENZA PUBBLICO

 Perché la politica si dovrebbe occupare del teatro quando i cittadini lo trascurano? In Italia, la percentuale della gente che lo frequenta, rispetto al numero degli abitanti, è ridicola).
Anche se, in confronto al recente passato, quest’anno a Palermo gli abbonati sono cresciuti di qualche migliaio di unità, la cifra rimane ridicola; non è, infatti, rispetto alla miseria che si calcola la povertà, bensì rispetto alla ricchezza. Il pubblico non c'è. Ripeto: chi va a teatro (in Italia, a Palermo), è una minoranza risibile.
Usi come siamo a vedere platee semivuote, è sufficiente che diecimila persone (appena l’1% della popolazione) accorrano (si fa per dire) ad assistere in più sere a uno spettacolo, perché si parli sconsideratamente di successo.  L’1%! Quasi nessuno!Se a frequentare il teatro fosse il 20% dei palermitani, gli spettatori sarebbero duecentomila. Nel resto d'Europa la proporzione supera il 70%. Il che significa che a Parigi è la città che va a teatro, non una minoranza; in Italia uno spettacolo di successo dura venti giorni, in Francia due anni. Una differenza invereconda.

La colpa non è delle istituzioni: una città non è come lo fa la politica, ma come lo fa la gente: sicché per riformare la politica bisogna riformare la gente. I politici, sono l'alibi del comportamento sciagurato dei cittadini.

Per natura (cioè spontaneamente) la situazione non può cambiare. Bisognerebbe che, da qualche parte, qualcuno, qualcosa si muovesse. Ma nessuno si muove: intellettuali di ogni tipo, teatranti compresi, se ne stanno zitti e immobili in attesa che la politica gli faccia l'elemosina. Ma così si vive (o si muore) di accattonaggio.Ci vorrebbero personalità forti che assumessero l'iniziativa, che promuovessero e avviassero campagne di stampa e televisive, e promozioni di vario genere.
Speravo che una di queste personalità fosse l’attuale sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ma mi sono sbagliato. Chi può cambiare le cose, guida le cose. Orlando, invece, si accoda.
E spesso si accoda al peggio: per cui abbiamo un sindaco siciliano (palermitano in specie), che non va (nemmeno spinto dalla curiosità) a vedere “Il berretto a sonagli” dell’agrigentino Pirandello, protagonista il concittadino Pino Caruso (accreditato da recensioni e commenti come il miglior interprete pirandelliano di sempre), con attori siciliani, produttore e regista siciliano, in una edizione considerata dalla critica e dal pubblico felice e moderna.
Ma a Palermo (e anche in Italia) nemmeno gli intellettuali (e soprattutto, i sindaci e i politici) vanno a teatro!
Se gli italiani frequentassero il teatro in modo consistente, nessun politico, sindaco o ministro della repubblica, o presidente di regione o di provincia, negherebbe al teatro il suo sostegno. La disattenzione istituzionale coinvolgerebbe troppa gente per passare inosservata. Senza contare che, una maggiore affluenza di pubblico, richiederebbe un’assistenza economica minore.  E il costo di un biglietto scenderebbe, e il teatro diventerebbe accessibile anche ai meno abbienti, innestandosi un processo virtuoso che lo affrancherebbe dalla sudditanza della politica sino a renderlo indipendente, quindi più libero.
Purtroppo, nel nostro Paese, uccidere il teatro, è come uccidere un morto. Di fatto, la politica toglie alla gente  quello a cui la gente ha già rinunciato.
La cultura, in Italia, è considerata da tutti un lusso per pochi, quando, in realtà è necessaria per la crescita economica e intellettuale del Paese. Economia e cultura vanno insieme ovunque. I popoli culturalmente sottosviluppati sono anche economicamente  disastrati.

Roma 31/05/2014