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Pino Caruso "Il berretto a sonagli"

RACCONTO D’AGOSTO

Il 7 gennaio di quest’anno (2011), cominciano a Catania le prove de’ “Il berretto a sonagli” di Pirandello, che tredici giorni dopo debutta a Bologna al teatro Duse. Parte così una tournée che si concluderà a marzo. Sennonché, il direttore dello Stabile di Catania, Giuseppe di Pasquale, non informa gli attori della compagnia, come sarebbe suo dovere e loro diritto, di non essere in condizione di pagarli e di non sapere quando potrà farlo. Gli attori lo scoprono strada facendo. Lo scopriamo, strada facendo, visto che sono uno di loro. In un primo momento, pensammo a un ritardo di qualche giorno, poi tememmo che fosse di qualche settimana. I fatti ci misero di fronte al peggio: il ritardo sarebbe stato di quattro mesi per ogni mese di paga. Fu così che, trovandoci fuori sede, fummo costretti ad anticipare spese di vitto e alloggio - alleviate soltanto dall’arrivo saltuario della diaria, insufficiente per sua natura a coprire i costi, e la cui differenza di solito viene compensata dal ricorso alla paga. Solo che questa volta, la paga non c’è. E qualcuno si è trovato a dover saltare i pasti, anche se non lo ha mai confessato per un legittimo pudore; e io posso solo supporlo.
A conforto e a contrasto di questi disagi, subentra, sin dal primo giorno di recite, un successo clamoroso che ci accompagna sino alla fine della tournèe: teatri stracolmi, pubblico entusiasta. Il 22 di febbraio debuttiamo a Genova, al teatro della Corte, sede dello Stabile della città, dove incontriamo diversi colleghi, ai quali chiediamo se, per caso, anche loro non siano vittime di un ritardo nei pagamenti. No non lo sono. Viene marzo e siamo al Quirino di Roma. Anche qui teatro esaurito in ogni ordine di posti, e ad ogni replica. Ma della nostra paga nessuna notizia. Si sparge la voce che gli attori del Berretto non sono pagati da mesi. Il danno che ne deriva non è solo materiale, ma anche di immagine per la Sicilia.
Arriviamo al 13 marzo, ultima replica. La compagnia si scioglie senza avere ricevuto un euro di quanto le spetta. I primi pagamenti - quelli relativi a gennaio - arriveranno a maggio; e così gli altri, tutti con un ritardo di quattro mesi; dove il ritardo è il minore dei mali, il maggiore essendo una latitanza permanente di interlocuzione tra il teatro, il suo responsabile, e gli scritturati - laddove, spiegare, parlare, motivare ritardi, scusarsene, è un imprescindibile obbligo morale, oltre che civile.
È a questo punto, che Dipasquale mi chiede di replicare a Catania “Antonino Calderone” di Dacia Maraini, di cui sono l’interprete solitario e il regista, prodotto, anche questo, dagli stabili di Catania e di Palermo. Considerata la situazione economica, gli propongo di rimandare di un anno. Mi dice che è costretto (e non capisco da cosa e da chi) a replicarlo ad aprile, cioè subito. Lo spettacolo era andato in scena a Palermo nel 2010 e, quasi a seguire, veniva presentato a Roma all’Eliseo, ottenendo un successo di critica di pubblico - come testimoniano gli incassi e le critiche, tra cui quella di Pino Arlacchi (autore del libro “Gli uomini del disonore” da cui il monologo è tratto). Lo scrittore, esperto di mafia e di mafiosi, ritiene la mia messa in scena e la mia recitazione “in grado di reggere il confronto con il capolavoro di Mario Puzo, con la serie televisiva americana ‘I sopranos’ e con il film di di Martin Scorzese ‘Quei bravi ragazzi’”. Non si tratta quindi di uno spettacolo andato a male e da buttare. Invece è quello che capita: ‘Mi chiamo Antonino Calderone’, viene programmato all’improvviso al Teatro Musco (centocinquanta posti), e per soli sei giorni, più due  repliche mattutine per i ragazzi - commettendo con una sola azione due danni: uno artistico (lo spettacolo in questo modo più che proposto viene nascosto), l’altro economico, ché di solito a una produzione si concedono almeno due settimane, anche per recuperare con l’incasso parte degli investimenti. Superfluo dire che il Direttore si guarda bene dall’avvertirmi che non ha il denaro per pagarmi. Durante le prove al Musco, non lo vedo. Viene al debutto, ma, appena lo spettacolo comincia, va via. Da allora non l’ho più visto.
E siamo a fine aprile. Calcolo di avere lavorato per lo Stabile di Catania, quasi ininterrottamente per quattro mesi senza percepire il dovuto; quattro mesi di successi, ma anche di spese e di rabbia. E il suo Direttore non si fa vivo, nemmeno per dirmi che è dispiaciuto. Non gli costerebbe nulla. Perché non lo fa? Il suo atteggiamento più che ingiurioso, diventa misterioso. È chiaro che le cause della precarietà economica dello Stabile non sono imputabili al suo direttore, E nessuno gliele imputa - stiamo parlando d’altro. Trascorrono altri quattro mesi senza novità. Lo cerco più volte inutilmente. Poi smetto. Mi vergogno per lui. Senza contare che da ‘perseguitato’, se continuo a chiamare, divento io il persecutore. È sempre così tra debitori insolventi e creditori insoddisfatti. Finché un giorno, preso da coraggio, telefono alla sua segretaria. E (finalmente!) mi arriva una risposta rapida: nel giro di un’ora, mi richiama l’amministratore che mi assicura, a nome del Direttore, che sarò saldato prima delle ferie. Aspetto fiducioso fino all’8 agosto. Non succede nulla. Telefono al teatro. Risponde la segreteria telefonica, che recita (è un teatro) così: “Siamo chiusi per ferie. Riapriremo il 5 settembre.”
La conclusione è tanto elementare quanto inevitabile: un ente pubblico come lo Stabile di Catania, con finanziamenti pubblici, che vanta un passato glorioso in tutti i sensi, non può essere gestito in questo modo. Il suo Direttore è quanto meno inadeguato nello stile, nella buona educazione, nella lealtà del comportamento, nella capacità di dialogare con i professionisti con i quali viene a contatto. Dire che siamo di fronte a persona scorretta e inaffidabile, significa fargli un complimento.

Pino Caruso 12 agosto2011

 PINO CARUSO REPLICA A DIPASQUALE

Il Direttore dello Stabile di Catania, chiamato da me in causa, a proposito, non tanto dei ritardati pagamenti, quanto della mancanza di rispetto nei confronti miei e dei miei colleghi, risponde negando di essere stato irrispettoso e accompagna la risposta con una lettera degli attori che si dissociano dal mio intervento. Dipasquale, dentro di sé conosce la verità. Mente (e in altre cose mente; mi limito a questa: l’idea de ‘Il Berretto a sonagli’ non è sua, ma mia, che ho proposto il testo a Palermo, che l’ha proposto a Catania, che ha accettato). Dipasquale mente. E costringe gli attori a mentire. La riprova è nel fatto che Magda Mercatali, me consenziente, cogliendo l’irritazione della compagnia, si è rivolta al Sindacato, per due volte nello spazio di due mesi, denunciando il ritardo del pagamento agli attori dello loro spettanze. Sicché, il Sindacato ha inviato lettere con l’invito a pagare agli Stabili di Catania e di Palermo. E non è stato il ritardo la causa dell’irritazione ma la mancanza di notizie e la latitanza del Direttore. Il quale, tra l’altro, sostiene che mi lamento di non essere stato coccolato. No, caro Direttore, mi lamento di non essere stato rispettato. È falso che dialogavi con gli attori in merito ai ritardi: quand’è che sei venuto a dirci che non potevi pagarci e che te ne dispiacevi? L’abbiamo saputo chiamando noi i tuoi collaboratori a Catania. Per il resto ti abbiamo visto a Roma, martedì 1 marzo, debutto del Berretto al Quirino, dove hai assistito allo spettacolo e te ne sei andato alla fine, senza dire nulla riguardo a quella paga che dall’inizio della tournèe non avevamo mai percepito.

Ad aprile, debutto al Musco con “Mi chiamo Antonino Calderone”, di Dacia Maraini e Pino Arlacchi. Spettacolo prodotto ancora una volta dagli Stabili di Catania e di Palermo. Giuseppe Dipasquale, direttore di quello di Catania, che non è mai venuto alle prove, alla prima viene, ma - e qui cito la mia lettera - appena lo spettacolo comincia, va via. Da allora non l’ho più visto”. Appunto. Sono trascorsi tre mesi e mezzo, durante i quali l’ho chiamato più volte al cellulare, non mi ha mai risposto, l’ho chiamato in teatro, non mi ha mai risposto, mai cercato e mai richiamato. A chi chiederà questa volta di smentirmi? Nello spettacolo c’ero solo io.

Pino Caruso domenica 14 agosto 2011

 STABILE DI CATANIA

Intervengono Codacons, Consumatori italiani e Primo consumo sulla polemica
tra il direttore dello Stabile di Catania Giuseppe Dipasquale e Pino Caruso

Domenica 14 agosto 2011 Oggi spettacoli. La Sicilia. Pagina 23

Intervengono Codacons, Consumatori italiani e Primo consumo sulla polemica tra il direttore del Teatro Stabile di Catania Giuseppe Dipasquale e l'attore Pino Caruso. «La risposta apparsa su La Sicilia - sostengono le due organizzazioni - anzi apre ulteriori interrogativi. Perché Pino Caruso si lamenta e perché Dipasquale risponde che non vi è ragione di lamentarsi? Nell'interesse degli utenti del teatro, specie gli abbonati, chiediamo che sia fatta piena luce specie dopo che sono state pubblicate le lettere di polemica tra due soggetti». «È il caso di coinvolgere Lombardo, presidente della Regione Siciliana, Castiglione, presidente della Provincia, Stancanelli, sindaco di Catania, Agen, presidente della Camera di Commercio di Catania e Marcoccio, presidente dell'Ente Teatro di Sicilia? E il presidente e l'intero cda del Teatro? Sono risposte che la città si attende per avere chiarezza».
L'on. Fabio Mancuso dep. reg. Pdl afferma nella lettera di cui pubblichiamo alcuni passaggi: «Il Teatro sono io. Il "modus operandi" del suo direttore, Di Pasquale, è improntato alla filosofia del Marchese del Grillo "io so' io e voi nun siete un c...". La lettera, piccata e amara, dell'attore Pino Caruso è la prova - sulla pelle degli attori - di come il ruolo del direttore sia diventato abnorme: egli propone e dispone con i pieni poteri che gli derivano dal suo ruolo che, ogni giorno diventa sempre più ingombrante. Eludere le richieste economiche di un gruppo di attori é dar prova di se fregandosene di dare spiegazioni, è il segno del raggiungimento di una vetta di presunzione e onnipotenza che non possono giovare allo Stabile di Catania. Non è un mistero che lo Stabile etneo ha ricevuto una lunga visita ispettiva sulla qualità gestionale dell'ente. Senza anticipare particolari che saranno spiegati - quello che viene fuori è una gestione "allegra", da parte del direttore Di Pasquale, dei fondi regionali. Per quello che mi è dato conoscere dello Stabile di Catania mi pare non del tutto azzardato parlare di "Casta dello Stabile". Promozione del proprio operato, un occhio di riguardo per i propri amici e dannazione perenne per attori e registi non allineati: sono le "perle" della gestione Di Pasquale che ho avuto modo di scoprire». «Cosa c'entri in tutto questo garbuglio il bravo presidente Pietrangelo Buttafuoco - prosegue Mancuso - resta, per me, un mistero glorioso. Lasciare il passo ad una gestione ‘personalissima’ del Teatro, facendo scudo con il proprio prestigio a critiche e rilievi mossi da più parti al direttore Di Pasquale, può rivelarsi un fiero patto d'onore per pochi e un gioco estenuante dagli esiti devastanti». «Di Pasquale si ricordi che lui non è il Teatro. Lo Stabile è dei catanesi».

14 (?) /08/2011

 NON È QUESTIONE DI SOLDI, MA DI STILE

All’onorevole Buttafuoco posso solo rispondere con quello che ho già scritto nella mia lettera a questo giornale, e cioè (cito testualmente): “È chiaro che le cause della precarietà economica dello Stabile non sono imputabili a Dipasquale. E nessuno gliele imputa - stiamo parlando d’altro”. E l’altro di cui parlavo attiene al comportamento inaudito di un Direttore che avrebbe dovuto sentire il dovere, prima di scritturare gli attori, di avvisarli che non poteva corrispondere loro la paga secondo consuetudine, mettendoli così in condizione di scegliere se accettare o rifiutare. E che poi, quando la compagnia si è trovata in difficoltà economiche, avrebbe dovuto avere, almeno, l’accortezza e la buona creanza di telefonare, farsi vivo in qualche modo, chiedere agli scritturati di portare pazienza e scusarsi con loro. Dispaquale, questo non lo ha mai fatto. E a proposito del mai, torno a citarmi: “Ad aprile, debutto al Musco con “Mi chiamo Antonino Calderone”, spettacolo prodotto dagli Stabili di Catania e di Palermo. Dipasquale, direttore di quello di Catania, che non è mai venuto alle prove, alla prima viene, ma appena lo spettacolo comincia, va via. Da allora non l’ho più visto”. Sono trascorsi più di tre mesi e mezzo, durante i quali l’ho chiamato svariate volte al cellulare; non mi ha mai risposto, l’ho chiamato in teatro, non mi ha Mai risposto, mai cercato e mai richiamato”. Questo non ha nulla a che fare con la politica. Non dipendo dalla politica, il lavoro non me lo procura la politica, ma il mio nome. Questo ha a che fare con l’etica o, se vogliamo usare un termine meno impegnativo, con la buona educazione. Qui la crisi economica del paese non c’entra. Dipasquale ha dimostrato nei confronti miei (e non solo miei) una mancanza di rispetto totale. Ho aspettato pazientemente otto mesi ripeto otto mesi, prima di parlare. Perché l’onorevole Buttafuoco, che so persona intellettualmente onesta, risponde a cose che non ho mai detto e tace su quello che ho detto?

Pino Caruso 18 agosto 2011

 DICHIARAZIONE DEL DIRETTORE DELLO STABILE DI PALERMO

Il teatro Biondo Stabile di Palermo, come già più volte è stato ribadito, è assolutamente estraneo ad una vicenda che considera vergognosa e umiliante per il teatro e per la Sicilia. Lo Stabile di Palermo ha sempre puntualmente pagato gli attori, e ha aperto un contenzioso per le inadempienze dello Stabile di Catania. Il teatro Biondo Stabile di Palermo, a tutela del buon nome del teatro in Sicilia, chiede che la regione eserciti le sue prerogative ispettive sui teatri dei quali è socio.

Firmato: Pietro Carriglio

 GRAVITÀ MORALE

Non ancora spenti gli ultimi fuochi di ferragosto, li riaccende Buttafuoco con poco buon senso. Mi avevano detto (per ragioni professionali sono lontano da Palermo) di una dichiarazione provocatoria di Dipasquale. Delirante, me l'avevano definita: e delirante lo è davvero. Ma come definire le parole di Buttafuoco? È possibile che Dipasquale e Buttafuoco non si rendano conto dell'enormità, della gravità morale, di quanto accaduto? Hanno mandato in giro per quattro mesi gli attori, non li hanno pagati e hanno coinvolto nelle loro responsabilità due teatri e due città, Catania e Palermo. Per poi oggi rivendicare in astratte contese un primato, una guerriera superiorità, con elmi di cartone e spade di latta. Gioca Dipasquale, al quale per decine di anni ho voluto bene, gioca. Se è un ragazzo merita una lezione di buona creanza, se è un uomo di lealtà. Dipasquale ha avuto piena solidarietà, per non annoiare i lettori e me stesso rinuncio a ricostruire le vicende della collaborazione tra i due Stabili, andata in frantumi. Macerie e assoluta mancanza di senso del ridicolo. Ho la testa dura, una testa leale, che mi ha procurato infortuni e che fortunatamente mi è rimasta sul collo: con coerenza di amicizia mi rivolgo al presidente Lombardo, un interlocutore generoso, il che non guasta: un tavolo è necessario, un tavolo che precisi la volontà della Regione sulla gestione dei due Stabili in Sicilia. Un tavolo da me richiesto da tempo, ne ho scritto sulle pagine de "La Sicilia". La si smetta di farfugliare, cari Dipasquale e Buttafuoco, e si disboschi questa selva di intrighi. Chi scrive ha qualche anno in più dei settanta: l'età giusta, come diceva Le Corbusier, per essere allegri quando si è insultati.

Pietro Carriglio Direttore del Teatro Biondo Stabile di Palermo 1870872011

DIRITTO DI REPLICA

Dipasquale, direttore dello Stabile di Catania, in una lettera a questo giornale di giovedì 14 giugno, mi tira in ballo e scrive: “… “Riguardo la vicenda degli attori non pagati, il mio silenzio parla con la querela a Pino Caruso per le aberrazioni e le falsità pronunciate.” Frase che da sola, questa sì, meriterebbe querela. Ci sono ancora oggi attori che, dopo un anno, aspettano quanto dovutogli. Io stesso (insieme ad altri colleghi) sono stato saldato dopo sette mesi di silenzio e di latitanza da parte sua e senza che nemmeno chiedesse scusa. Non è, infatti, del ritardo (benché grave) che l’ho accusato, ma di un comportamento inaccettabile, soprattutto da parte di chi dirige un teatro pubblico. Gli attori che hanno subito lo stesso trattamento (almeno quelli che vinceranno la paura di non essere scritturati), lo testimonieranno. Altro che “aberrazioni e falsità”!
Per quanto ogni uomo si dia da fare, per apparire agli occhi degli altri nel miglior modo possibile, alla fine, tutti sanno chi è in realtà. La conclusione è semplice: tutti sanno chi è Dipasquale e tutti sanno chi sono io.

Pino Caruso “Il Fatto” 19 giugno 2012

LA VICENDA PROSEGUE.
SI LEGGA "SENTENZA ANTICOSTITUZIONALE"
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IL TEATRO SENZA PUBBLICO

Perché la politica si dovrebbe occupare del teatro quando i cittadini lo trascurano? In Italia, la percentuale della gente che lo frequenta, rispetto al numero degli abitanti, è ridicola).
Anche se, in confronto al recente passato, quest’anno a Palermo gli abbonati sono cresciuti di qualche migliaio di unità, la cifra rimane ridicola; non è, infatti, rispetto alla miseria che si calcola la povertà, bensì rispetto alla ricchezza. Il pubblico non c'è. Ripeto: chi va a teatro (in Italia, a Palermo), è una minoranza risibile.
Usi come siamo a vedere platee semivuote, è sufficiente che diecimila persone (appena l’1% della popolazione) accorrano (si fa per dire) ad assistere in più sere a uno spettacolo, perché si parli sconsideratamente di successo.  L’1%! Quasi nessuno!
Se a frequentare il teatro fosse il 20% dei palermitani, gli spettatori sarebbero duecentomila. Nel resto d'Europa la proporzione supera il 70%. Il che significa che a Parigi è la città che va a teatro, non una minoranza; in Italia uno spettacolo di successo dura venti giorni, in Francia due anni. Una differenza invereconda.
La colpa non è delle istituzioni: una città non è come lo fa la politica, ma come lo fa la gente: sicché per riformare la politica bisogna riformare la gente. I politici, sono l'alibi del comportamento sciagurato dei cittadini.
Per natura (cioè spontaneamente) la situazione non può cambiare. Bisognerebbe che, da qualche parte, qualcuno, qualcosa si muovesse. Ma nessuno si muove: intellettuali di ogni tipo, teatranti compresi, se ne stanno zitti e immobili in attesa che la politica gli faccia l'elemosina. Ma così si vive (o si muore) di accattonaggio.
Ci vorrebbero personalità forti che assumessero l'iniziativa, che promuovessero e avviassero campagne di stampa e televisive, e promozioni di vario genere.
Speravo che una di queste personalità fosse l’attuale sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ma mi sono sbagliato. Chi può cambiare le cose, guida le cose. Orlando, invece, si accoda.
E spesso si accoda al peggio: per cui abbiamo un sindaco siciliano (palermitano in specie), che non va (nemmeno spinto dalla curiosità) a vedere “Il berretto a sonagli” dell’agrigentino Pirandello, protagonista il concittadino Pino Caruso (accreditato da recensioni e commenti come il miglior interprete pirandelliano di sempre), con attori siciliani, produttore e regista siciliano, in una edizione considerata dalla critica e dal pubblico la più felice e moderna mai rappresentata.
Ma a Palermo (e anche in Italia) nemmeno gli intellettuali (e soprattutto, i sindaci e i politici) vanno a teatro!
Se gli italiani frequentassero il teatro in modo consistente, nessun politico, sindaco o ministro della repubblica, o presidente di regione o di provincia, negherebbe al teatro il suo sostegno. La disattenzione istituzionale coinvolgerebbe troppa gente per passare inosservata. Senza contare che, una maggiore affluenza di pubblico, richiederebbe un’assistenza economica minore.  E il costo di un biglietto scenderebbe, e il teatro diventerebbe accessibile anche ai meno abbienti, innestandosi un processo virtuoso che lo affrancherebbe dalla sudditanza della politica sino a renderlo indipendente, quindi più libero.
Purtroppo, nel nostro Paese, uccidere il teatro, è come uccidere un morto. Di fatto, la politica toglie alla gente  quello a cui la gente ha già rinunciato.
La cultura, in Italia, è considerata da tutti un lusso per pochi, quando, in realtà è necessaria per la crescita economica e intellettuale del Paese. Economia e cultura vanno insieme ovunque. I popoli culturalmente sottosviluppati sono anche economicamente  disastrati.

Roma 31/05/2014