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SI TOLSE LA VESTAGLIA DI CINIGLIA

Si tolse la vestaglia di ciniglia
e come chi nel mare si disperde
s’inabissò con tutta la famiglia
in un gorgo di spuma grigioverde.

E certo non può fare meraviglia
se c’è qualcuno che nel mondo muore;
e se una luce in cielo si assottiglia
consumata dal tempo e dal dolore.

 Ma ecco che da un fondo di bottiglia
sale un gigante con tre teste e un cuore
e volando in un battere di ciglia
scompare dritto senza far rumore.

Non c’era verso di capire tutto
in questo niente pieno di nessuno
dove non c’è sostanza né costrutto
e se c’è, è fuori luogo e inopportuno.

Allora venne un vento di lontano
che cantava alla luna come un lupo
ed atterrò in un luogo ch’era in piano
e scivolò morendo in un dirupo.

E fu così che all’anima sperduta
un sonno venne di malinconia
da trovarsi dispersa ed abbattuta
in un quartiere di periferia.

MENTRE SPIRAVA UN VENTO DI MONTAGNA

Mentre spirava un vento di montagna
per ogni dove, specie lì intorno
e stuzzicava le foglie alla campagna,
una donna senza notte e senza giorno

cercava un cielo verde come il mare
e una terra vestita di turchese
tutta da vivere, tutta da sognare.
in un luogo qualsiasi o in un paese.

Ma nessun uomo le si fece incontro
per offrirle un pensiero ed una rosa
così venne a mancare ogni riscontro
per quasi tutto e per nessuna cosa.

Testarda come un ombra che cammina
s’allontanò fuggendo a perdifiato
per fermarsi davanti a una vetrina
a guardare un manichino addormentato.

Lo guardò a lungo e vide che era vivo
anche se amarlo proprio non poteva
perché lei era soltanto un sostantivo
che senza i predicati non viveva.

Allora entrò in un libro di sintassi
(esposto in una grande libreria)
e lì mosse felice i primi passi
parlando in prosa ed anche in poesia.

E fu così che chiusa in un quaderno
passava le giornate tra le righe
specie durante il freddo dell’inverno
quando dormiva assieme alle formiche.

 ORA POSSO PARLARMI PURE ADDOSSO

Ora posso parlarmi pure addosso
e abbandonare la filosofia
come fa un cane quando posa l’osso
o la ragione quando vola via.

Così si fanno i conti appena è sera
e discendono i sogni ed i pensieri
e nel ricordo della primavera
si vaga per campagne e per sentieri.

E il mondo gira tutto nella testa
e suona suona come un alveare
e poi si ferma perché oggi è festa
e si lascia la campagna per il mare.

Solo che era giorno di burrasca
si fece scuro infino che fu nero
un cane s’acquattò sotto una frasca
e un gatto si nascose sotto un pero.

Allora il ciel si sciolse fitto e sghembo
mentre l’acqua cadeva a fiotti e a sbalzi
ed il mare l’accolse nel suo grembo
giocando tra gli scogli a spruzzi e a sprazzi.

Io mi sentivo tutto in sintonia
con la bufera e il nuvolame nero
che s’ingrossava a occhio per la via
che dal mare saliva ad un sentiero.

E c’erano là in fondo in lontananza
navi senza più scafo né pennone
che si scombiccheravano a distanza
come fossero gusci di limone.

Ed altre navi quasi scampanate
con le vele cadute di tre quarti
con i fianchi squarciati e le murate
tutte a brandelli e divise in tre parti.

E pioveva ch’era acqua e ch’era vento
di dritto e di traverso sulle onde
tal che mi vinse ciascun sentimento
e caddi dal mio letto senza sponde. 

NON C’ERA VERSO DI CAMBIAR FORTUNA

Non c’era verso di cambiar fortuna
così senza rimorso la lasciai
e mi rimisi a osservar la luna
e il pelo della felpa rimboccai.

Ma dissi: donna non parlare al vento
che non raccoglie altro che le foglie
resta sul tetto senza turbamento
ed evita la notte e le sue doglie.

In questo modo ed altro salutando
me ne andai per prati e per sospiri
come fa un treno che va via fischiando
scrivendo con il fumo tre elzeviri.

E tre furon le notti senza luce
come caverne d’istinto penetrate
con tante pietre dall’aspetto truce
che parevano donne innamorate.

Ma a poco a poco dell’amore mio
disperso nel marasma verminoso
solo rimase un cenno offerto a Dio
che si distese sopra un prato erboso.

In una strada che torceva a destra
salendo dritto verso la montagna
un bimbo biondo stava alla finestra
masticando una noce e una castagna.

lo vide un passeggero da una stanza
tutta tirata in legno ed alluminio
ed afferrata al volo una pietanza
la consumò disteso su un triclinio.

E senza una parola si deterse
sotto l’ombra di un pino solitario
sicché persino un tonno riemerse
nuotando come un pesce in un acquario.

Altro non vi so dire miei signori
se non che voglio darmi all’arrembaggio
farmi pirata con tutti gli onori
per trarne a piacimento ogni vantaggio.

Se poi di nulla fossero le cose
e la notte non fosse che spavento
ci resterebbe il profumo delle rose
a consolarci di ogni malcontento.

Ma se non c’è né pena né coscienza
se si non si scansa il male ed il pensiero
ci resta sempre per ogni evenienza
un monaco con tutto il monastero.

Questa è una storia che ne vale cento
fatta di cose occulte e variegate
che vanno per il mondo sottovento
come vanno le fiabe con le fate.

E bisogna raccontarla piano piano
per dare modo a ogni fantasia
di non trovarsi senza niente in mano
come un folle senza la follia. 

E C’ERA UN CASOLARE

E c’era un casolare abbandonato
squallido e così pieno di gramigna
che sembrava un grand’albero tagliato
con la corteccia pendula ed arcigna.

Mi avvicinai come un animale
col pelo irsuto e il naso appuntigliato
alto quanto un’antica cattedrale
di marmo bianco e tutto affusolato.

Sicché al veder quel sito che non era
come sembrava, sguincio e dirupato,
alzai come potei una bandiera
di saluto d’arrivo e di commiato.

Stavano in cielo nuvole maligne
fatte di un nero torbido d’inchiostro
da fare scuro il vino delle vigne
ed anche un frate chiuso nel suo chiostro.

E malformato come il giorno era
si diluiva nell’amor di Dio
come fanno le piante a primavera
che diventano tutte un luccichio.

E il mondo all’improvviso impallidì
e cancellò le ombre alle città
e a ogni settimana il venerdì.
Mentre le strade si fecero più in là.

GIORNI DI MARE PIATTO SENZA VENTO 

Giorno di mare piatto, senza vento
il sole era già alto nel mattino
in cielo l’aria si muoveva a stento
ogni fiore dormiva a capo chino.

Sopra un barcone vecchio e rinsecchito
si alzò una velaccio spennacchiuto e smorto
che pareva un disegno malriuscito
di un pennello di stoppa tutto storto.

Certo, era soltanto un esemplare
da prendersi per buono solo a sera
quando taceva il mondo ed anche il mare
s’addormentava in seno alla scogliera.

 PROFUMAVANO I FIORI SULLE PIANTE 

Profumavano i fiori sulle piante
e nel cielo brillavano le stelle
che palpitavano di luce tremolante
come fossero lumi di fiammelle.

E c’era un gran frinire di cicale
bionde, brune, gracili, barbute
tutte intente sui rami a far le scale;
con le formiche per dispetto mute.

Un uomo, allora, avvolto in un mantello
si mosse a passi lenti nella notte
con un bastone nero ed un ombrello
in cerca della pioggia e di mignotte.

Ma gli si avvicinò soltanto un cane
che pareva più solo di un deserto.
e non c’erano trombe né campane
per dare luogo almeno ad un concerto.

Il cane aveva gli occhi di un bambino
e voce per cantare in cattedrale
ma si nascose sotto un porcospino
ed attese il Giudizio Universale.

LA STRADA ERA BAGNATA E IL CIELO SCURO

La strada era bagnata e il cielo scuro
e dai tetti scivolava acqua a fiotti
che discorreva muta sopra un muro
dai mattoni scrostati e tutti rotti.

Un uomo mezzo bianco e mezzo nero
s’incamminò sperduto per il porto
trattandosi soltanto di un pensiero
che si fingeva vivo ed era morto.

Ed il mare che stava sottostante
s’addormentava come fosse spento
ma non era che pompa da un idrante
che si atteggiava ad aria ed era vento.

Nessuno poi intraprese il suo cammino
poiché c’era più rischio ad ambulare
di quanto ce ne fosse a stare chino
sopra uno scoglio ad ascoltare il mare.

Così quel giorno ognun si stette fermo
con la testa rivolta al giorno morto
come fosse malato oppure infermo
col cervello sbilenco oppure storto.

ALLOR CHE IL CHIAR DI LUNA SI DISTESE

Allor che il chiar di luna si distese
sul cielo addormentato sopra il mare
e illuminò i tetti e la laguna
che stavano in silenzio a riposare.

Ecco che dal profondo di un burrone
salì un marziano dai capelli neri
con ciglia che parevano persone
e occhi che sembravano pensieri.

E disse in una lingua inesistente
che non veniva da nessuna parte,
perché dove c’è tutto non c’è niente
e dove non c’è niente c’era Marte.