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SCIASCIA, DON ABBONDIO, IL PREMIER
di Pino Caruso

Penso spesso a Sciascia e frequentemente lo rileggo. Credo che faccia bene alla salute (della mente). Avverto l'assenza della sua opinione e di quel suo ragionare serrato, essenziale, illuminante. E mi provo a immaginare cosa avrebbe scritto oggi su taluni argomenti, specie su quelli che attengono alla libertà di parola e di opinioni, alla coesistenza e al diritto di esprimerne di diverse e di garantire a tutte pari opportunità di circolazione, soprattutto televisiva, laddove si spaccia per libertà il sopruso e il monopolio per pluralismo.
Proprio in questi giorni mi sono imbattuto in un suo articolo (di Sciascia, voglio dire) pubblicato da "Il Corriere della Sera", il 3 agosto del 1985. Vi parla di sopraffattori e di sopraffatti e cita Manzoni. Scrive, dunque, Sciascia (gli cedo volentieri lo spazio):
"Nel capitolo VIII dei Promessi Sposi - quello in cui Renzo e Lucia si introducono con uno stratagemma in casa di don Abbondio a che, suo malgrado, li faccia marito e moglie - nel descrivere la confusione che ne segue per la pronta reazione di don Abbondio, Manzoni dice: 'In mezzo a questo serra serra, non possiamo lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore, eppure, alla fin de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti suoi, parrebbe la vittima, eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo'. La battuta ironica che conclude la riflessione dice della ragione stessa che l'ha suscitata: Manzoni non sta parlando soltanto del secolo decimo settimo, ma anche del suo, del nostro, dell'Italia di sempre. E del resto tutto il romanzo - ma non so quando si capirà appieno e, soprattutto, quando in questa chiave lo si farà leggere a scuola - è un disperato ritratto dell'Italia".


Non occorre aggiungere altro. Il lettore risalirà facilmente a certi personaggi dei nostri giorni, del nostro presente, che pretendono di gabellare le loro prevaricazioni come esercizio di legittima difesa - implicitamente considerando un loro diritto ciò che è semplicemente un loro privilegio, che accusano i magistrati di accanimento giudiziario non appena questi invocano e perseguono il rispetto della legge, che parlano di attentato alla libertà quando è in discussione soltanto la loro personale licenza di agire indisturbati contro ogni regola e ogni morale, che venderebbero il Paese intero, abitanti compresi, a chiunque garantisse loro l'impunità, che, infine, recitano il ruolo dei perseguitati, essendo persecutori delle libertà altrui, del pluralismo ­ quest'ultimo inteso come ritorno alla preistoria. Eh sì! siamo a questo punto: di intendere, o di volere che si intenda, la diversità delle opinioni e la loro diffusione paritetica, come qualcosa di arcaico e/o di archeologico. Non voglio far dire a Sciascia (e al Manzoni) ciò che conviene al mio ragionamento, ma non posso esimermi dal notare come il suo (e quello dell'autore de ‘I Promessi Sposi') si adatti a pennello ad alcune vicende attuali. Attualissime. E mi piace pensare che oggi Sciascia, al riguardo, scriverebbe quello che scriveva nel 1985. A ‘futura memoria'. Appunto.

L’Unità 14 /02/2004 "Prima pagina"

  CATTOLICI PER SCELTA O PER NASCITA?
di Pino Caruso

A proposito di una lettera inviata a questo giornale dalla signora Anna Maria Stua, lettrice, per sua stessa ammissione, dei soli titoli di prima pagina dell'Unità, di cui uno l'aveva "spiacevolmente sorpresa", recitando "che i cattolici erano stati invitati dal Papa ad entrare in politica per imporre la fede", Furio Colombo, rammaricandosi comunque che quel titolo non l'avesse indotta a comprare una copia del quotidiano, per averne spiegazioni e ragioni, rispondeva che, sì, la fede si può imporre, "se l'imposizione diventa legge", e precisava che non da un volere tendenzioso quel titolo era stato suggerito, ma da un passo, citato nell'articolo (che la signora non aveva letto), di un documento esposto verbalmente del cardinale Ruini durante la Settimana Sociale dei cattolici. E ragionandoci sopra Colombo dimostrava come fosse tentazione propriamente cattolica, o di alcuni eminenti cattolici, contrapporre al relativismo laico la "Verità Rivelata" per decretare il superiore valore etico e religioso di quest'Ultima sul primo. Come dire, non c'è, né può, né deve esserci dialogo tra le due condizioni. La Verità è Una e non è soggetta a verifiche o a discussioni. Pericoloso concludere che paralizza ogni speculazione e ricerca, e, nel contempo, mummifica la fede stessa in un simbolo che è padre (o madre) di integralismi e fanatismi. La signora Stua conveniva a priori che la fede non s'impone per legge, ma ne conveniva, ignorando intenzioni diverse dalla sua e provenienti dal suo stesso ambito.

La fede, dunque, non s'impone per legge. In nessun caso. E sin qui siamo d'accordo tutti. O quantomeno, la signora Stua, Furio Colombo e io. Ma se la fede non s'impone per legge (che sarebbe comunque modo d'imporla soltanto nella forma e dall'esterno, senza garanzie di sostanza e convincimento), di fatto s'impone, e come! attraverso l'abitudine, la consuetudine, il plagio, l'indottrinamento univoco e privo di contrapposizioni e alternative. E vorrei darne personale testimonianza. Da piccolo svolgevo funzioni di chierichetto presso la Chiesa di San Domenico in Palermo. Servivo Messa. Cantavo l'Avemaria nei matrimoni. Addobbavo il "tabuto" per i funerali e, prima di ogni funzione, aiutavo il celebrante a indossare i paramenti sacri. Al vespro, accompagnavo spesso il frate guardiano nel suo giro di ispezione, a badare che qualcuno non fosse rimasto acquattato in uno degli angoli bui delle cappelle per rubare (che tradotto in termini ecclesiastici è compiere sacrilegio). Mi piaceva indossare la cotta da chierico, bianca, ben stirata e profumata di spigo, agitare il turibolo d'argento dell'incenso, rispondere in latino, anche cantando, nelle festività solenni. Sacerdoti e sagrestie furono le frequentazioni della mia infanzia. E ne conservo tenero ricordo, quello che si ha per i primi anni della propria esistenza. Oggi, entrare in una Chiesa è per me come entrare in quel tempo ormai lontano. Ma, se tutto questo è bastato a farmi anagraficamente cattolico, non è tuttavia stato sufficiente a farmi ideologicamente cattolico. Effettualmente non lo sono mai stato, ma da bambino non sapevo di non esserlo, inconsapevole com'ero che si potesse anche essere qualcos'altro. Nessuno mi aveva posto di fronte a una scelta. Delle altre religione nulla conoscevo né ne circolavano notizie e informazioni. Si nasceva italiani o francesi, alti o bassi, belli o brutti come si nasceva cattolici. Che fede e che convinzioni si potevano acquisire e nutrire allevati in quel modo? Come comprendere i misteri della religione attraverso una catechesi che si limitava ad esporli a ragazzi di dieci, dodici anni, senza interpretarli o significarli, se non come favole? E com'era possibile che degli adolescenti venissero a capo del senso profondo della SS Trinità? A quell'età La si può al massimo intendere come il motto dei Tre Moschettieri di Dumas: "Uno per tutti, tutti per uno". Ed è questa una delle ragioni per cui nel nostro cattolicissimo paese di cattolici se ne contano molti nel numero e pochissimi nelle persone. La Chiesa ha bisogno di iscritti o di credenti? È il problema dell'ora di religione nelle scuole. Un'ora sacrosanta si direbbe, e molto a proposito, se non fosse che, al contrario dell'ora di filosofia, durante la quale tutte le idee al riguardo sono esposte e rappresentate, in quella della religione soltanto di una si parla. Il che non costituisce insegnamento ma condizionamento. Con conseguenze che anche il presente ci dà modo di misurare. Non c'è paese che disgiunga la sua unità politica da quella religiosa: in Italia e in Spagna cattolici, in Russia e in Serbia ortodossi, in Inghilterra cristiani anglicani, in Irlanda cattolici, in Svizzera protestanti, e protestanti o calvinisti, almeno prevalentemente, in Germania, in Svezia, Norvegia, Olanda e simili. Per non dire dei paesi arabi: musulmani, della Cina: taoisti, del Giappone: buddisti, dell'India: induisti, e via dividendo. Sogno un mondo nel quale le fedi siano distribuite tra individui e non tra nazioni - sicché diverrebbero impossibili quelle feroci guerre di religione (vere e proprie contraddizioni in termini) tra credenti in Dio. Un mondo in cui la convivenza tra uomini di culto diverso diverrebbe fisiologica e naturale. Un passo in questa direzione può e deve muoverlo proprio l'Occidente. Quell'occidente il cui cristianesimo, nelle sue varianti, appena ieri, si è affrancato dai vizi di altre confessioni (l'integralismo islamico, ad esempio), e proprio quando, perduto il potere temporale, poté dedicarsi a quello spirituale. La separazione giovò alla religione e alla politica - e alla società. (Ma sino a un certo punto, a quanto pare, alla religione: la tentazione di tornare indietro, si ripresenta a ogni distrazione). Seguo con interesse e rispetto l'evolversi della Chiesa: combatte oggi le disumanità del capitalismo come ieri combatté quelle del comunismo (dimenticandosi, tuttavia, di combattere con altrettanto vigore quelle del nazismo). Ma una Chiesa siffatta, moderna e libera, dovrebbe a sua volta lasciare che cattolici si diventi per scelta. Gioverebbe alla qualità dell'esser cattolico. E potrebbe accadere. Ma soltanto se nelle scuole (anche in quelle dei preti) si insegnassero tutte le religioni come si insegnano tutte le filosofie. Dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio è ammaestramento cristiano. E sta a suggerire che la separazione dei problemi del Cielo da quelli della terra, non significa per un uomo ignorare il Cielo, significa non confonderlo con la terra.                  

L'Unità 29/10/2004 (pagina 27)

IL TRUCCO C'È E SI VEDE
di Pino Caruso

Circa la fecondazione assistita ho votato quattro "sì", benché consideri rispettabile chi ha votato quattro "no" e, o più o meno, qualche "sì" e qualche "no". Ammetto persino che l'astensione sia legittima, ma vi contrappongo l'idea che non sempre ciò che è legittimo è corretto. E non soltanto nei confronti di chi apertamente si esprime in modi, sia pur contrari, ma soprattutto perché, mischiando chi non ha convinzioni di nessun tipo con chi ne ha, si fa passare per convincimento di alcuni soltanto la loro assenza di certezze, includendo, quindi, subdolamente chi vota "no" (ma vota), tra chi non vota per impedimento, per indifferenza, per apatia e/o per disabitudine. Una forma, sebbene, inconsapevole, di immoralità. Senza contare che il quorum del cinquanta per cento più uno è tarato su un cento per cento ipotetico e inverosimile. In nessuna consultazione elettorale si raggiunge mai la totalità dei potenziali elettori. Un vizio di base che falsifica i dati e le opinioni. Soppesando l'insieme di queste mistificazione e, con tutto il rispetto dovuto alla Chiesa e ai credenti, ma non sempre dalla Chiesa e dai credenti corrisposto verso coloro che hanno diversi pensieri e diverse valutazioni, mi è venuto in mente, come durante l'altro, ormai lontano, referendum sul divorzio, e anche per decenni nel corso di elezioni politiche, Dio venisse tirato giù dal cielo e costretto a esprimersi a favore di quelli cui conveniva che si adeguasse alle loro persuasioni e al loro comportamento. Come se il divorzio non fosse una scelta ma una imposizione. Chi credeva e chi crede all'indissolubilità del matrimonio poteva, e può, in piena libertà renderlo indissolubile. Allo stesso modo di chi, ritenendo la fecondazione assistita e la connessa ricerca scientifica inaccettabile, può astenersene. E siamo sempre allo stesso punto: nessuno obbliga la Chiesa e i credenti a scelte che non condivide. Semmai avviene l'opposto. Parafrasando il motto che recita come la guerra sia roba troppo seria per lasciarla in mano ai generali, della morale si potrebbe dire che è materia assai delicata per lasciarla in mano alle religioni. E Lo si chiamava Dio per intimidire, per ricattare - in pratica bestemmiandolo. E mi ero stupito, in questi giorni, che non Lo si invocasse per farne strumento di propaganda. Ma a che non me ne stupissi più ha provveduto Roberto Calderoli, ministro delle riforme, che, secondo quanto riportato dall'Unità di sabato scorso, dichiara, senza vergogna: "Nel segreto dell'urna, Dio e l'embrione soppresso ci vedono, i referendari no". Ammonimento non nuovo che la Chiesa e gli antidivorzisti di allora, Fanfani in testa, hanno ossessivamente ripetuto durante quella campagna referendaria, alla quale persino i cattolici parteciparono favorendo l'istituzione (lo ripeto: non obbligatoria) del divorzio. Perversione antica quella della Chiesa di ingiungere più che spiegare, di coattare più che argomentare, e di porsi sempre in posizione di retroguardia contro ogni progresso civile e, finanche, contro ogni effettuale principio morale, o affermazione scientifica abbondantemente provata. Salvo poi ad accettare l'uno e l'altra e condividerli quando si consolidavano nella conoscenza comune e si diffondevano nel costume. Del resto, fosse stato per gli uomini di Chiesa, il mondo sarebbe ancora piatto, il sole mobile e ruotante intorno alla terra, la libertà di stampa vietata e, di conseguenza, vietato dissentire, verificare, criticare e, infine, soltanto pensare. Non sono un mangiapreti: ché preti ne ho conosciuti e ne conosco, di straordinari (di fuori dell'ordinario, appunto, e perciò spesso dalla Chiesa emarginati), esseri pensanti, i quali per paradosso sono quelli che, nonostante tutto, conferiscono, alla cristianità credibilità e rispetto.

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Ma di papi no, non ne ho conosciuti, anche se a completamento di questo mio ragionare, mi si affaccia alla memoria un incredibile documento pontificio del 1832, di appena ieri, cioè, se consideriamo che per la quasi immobilità della Chiesa, meno di due secoli sono un tempo breve. Scrive, dunque, Gregorio XVI° nell'enciclica "Mirari vos" (e per certi versi sembra di sentir parlare papa Ratzinger): "Dalla lurida fonte dell'indifferentismo sgorga l'assurda ed errata dottrina o meglio il vaneggiamento che ognuno debba avere la libertà di coscienza, a questo nefasto errore conduce quella inutile libertà d'opinione, che imperversa ovunque a danno dello stato e della chiesa, in quanto alcuni hanno l'arroganza di dire che ne deriverebbe un'utilità per la religione… Da ciò la rovina delle anime, la corruzione della gioventù, il disprezzo delle leggi. L'esperienza di tutti popoli sta a confermare che gli stati fiorenti sono andati in rovina per colpa di questo male, rappresentato appunto dalla libertà di pensiero e di parola e dalla mania di riforme. Questo male comprende anche la dannosa e non sufficientemente detestata libertà di stampa che alcuni osano pretendere". Che altro aggiungere se non che non c'è da aggiungere altro       

 17/06/2005 (pagina 24)

 PENA DI MORTE, QUESTIONE DI (IN)CIVILTÀ 
di Pino Caruso

Mi domando se sia mai esistita al mondo una civiltà vera e se parlando di civiltà non ci si debba invece riferire soltanto a un sogno, a un'aspirazione piuttosto che a una realtà acquisita. La civiltà greca, ancora insuperata per la capacità di elaborare il pensiero nelle sue espressioni più alte, e sulla quale si fonda tutta la nostra cultura, era anche quella che condannava a morte i cittadini per reati d'opinione e si interrogava seriamente se gli schiavi avessero o no un'anima. Oggi, il mondo occidentale almeno quel problema lo ha risolto (si è accertato che gli uomini anche ridotti in schiavitù l'anima ce l'hanno). La pena di morte, tuttavia, continua a praticarla alla luce del sole. Nella civilissima America le esecuzioni procedono con la stessa inevitabile frequenza del nostro campionato di calcio (che però d'estate riposa). «Uccidiamo chi ha ucciso - spiegano gli americani - per impedirgli di uccidere ancora e per scoraggiare altri che avessero in animo di uccidere». L'intenzione sembra buona ma porta al paradosso di una società che da un lato vieta l'assassinio come soluzione di ogni contrasto, dall'altro lo consente e lo legalizza. Risultato: accresce il numero dei morti per mano dell'uomo, e non risolve il problema della criminalità: proprio nei Paesi in cui vige la pena capitale, l'omicidio è la conclusione cui si giunge più spesso, proprio negli Stati Uniti la criminalità tocca livelli più alti che in Europa. La pena capitale non è espressione di giustizia ma di vendetta, e se la vendetta diventa giustizia, si semina e si diffonde nel sentire comune il diritto ad esercitarla. Non è un deterrente. E, d'altronde, come potrebbe esserlo se è pratica costante della criminalità organizzata! La mafia ne faceva strumento di difesa della sua sopravvivenza e della sua morale: era norma ampiamente giustificata dai codici d'onore. E l'assassino incaricato di eseguire sentenze capitali non ne portava rimorso: aveva soltanto adempiuto il proprio dovere. Allo stesso modo si comporta ancora oggi la camorra. Figuratevi che deterrente sarebbe mai la pena di morte minacciata dallo Stato, per un malavitoso che vive già in un ambito nel quale la si applica quasi quotidianamente. Se ne avrebbe soltanto un inasprimento della brutalità. Il che regolarmente capita laddove dare la morte è facoltà di legge. Capisco la rabbia dei parenti delle vittime, ma è quella stessa che innesca le uccisioni a catena tra le famiglie della camorra. Soltanto la diffusione di una cultura che renda inaccettabile l'idea stessa di attentare alla vita umana può ridurre il numero degli omicidi. Ma una cultura così non troverà mai spazio in una società che la contraddice per legge. Inoltre, la pena capitale diventa, paradossalmente, un gesto di misericordia: la morte pareggia buoni e cattivi. Il carcere a vita è certamente molto più severo. Spietatezze, ferocità e simili esercitate in vita, in vita vanno espiate. Alcuni anni addietro la Pivetti, allora Presidente della Camera, in seguito ad un crimine efferato, ebbe a dichiarare: «Sono contro la pena di morte, ma in certi casi si rende necessaria». E meno male che era contro, fosse stata a favore non mi riesce proprio d'immaginare in quante occasioni la applicherebbe. Ché la pena di morte è appunto e soltanto in certi casi che si applica. Persino dove è norma di legge... E ci mancherebbe pure che la si applicasse in tutti e in ogni caso. Pericoloso ragionare, questo della cattolica Pivetti. Pericoloso e a dispetto di ogni ragione. E dire che ad un cristiano, cui la logica così poco soccorre, dovrebbe bastare Gesù Cristo, per evitare pensieri malsani. Quel Gesù condannato a morte dai poteri forti del tempo. Ingiusta condanna. Errore giudiziario. Ma lo sappiamo adesso. A cose fatte. In quel tempo, ai suoi carnefici, sembrò sentenza ineccepibile: Gesù aveva bestemmiato. Ed ecco il punto: la pena di morte è, a dir poco, un'imprudenza, non fosse altro (e di altro ce n'è tanto) perché sottintende l'infallibilità umana del giudizio.

«La legge è forma della ragione», sostenevano greci e romani, che ne furono, in questo senso, i primi codificatori. Aggiungerei che è anche proiezione della coscienza collettiva. Ed è lì, nella coscienza, che il livello di moralità, rispetto al passato, è ai nostri giorni notevolmente cresciuto, almeno in Europa. La pedofilia è esplosa su giornali e televisioni come soggetto di attenzione e materia di discussione, perché finalmente è emersa alla luce della conoscenza e della coscienza. Appena qualche decennio fa non se ne davano né se ne avevano notizie, benché avesse connotazioni addirittura più gravi e più vaste delle odierne: un perbenismo ipocrita e bigotto preferiva ignorare il fenomeno pur di non assumersi il fastidio di affrontarlo. In un passato, nemmeno molto lontano, l'impiego della manodopera minorile, nelle fabbriche dell'Inghilterra vittoriana e puritana (!), non prescindeva dall'abuso sessuale. In Sicilia, ancora agli inizi del Novecento, nel sottosuolo delle zolfare i 'carusi' erano bestie da soma e carne da stupro. Ma nessuno, tranne pochissimi, ne sapeva nulla. E la realtà si mostrava a tutti meno turpe di quanto non fosse. Un inganno che oggi, non ci è dato di... godere. E fortunatamente. A dimostrazione del fatto che l'apparenza spesso indica un aggravamento, laddove, diagnosticato il male, c'è concreta speranza di guarigione. Tutte le dittature, da quella laica come la cinese, a quelle religiose di molti paesi del Medio Oriente, contemplano nei loro ordinamenti giuridici la pena di morte, e per scopi che attengono poco o nulla al diritto. Gli Stati Uniti sono una grande democrazia, ma se a noi italiani mancano alcune conquiste sociali per dirci compiutamente civili, agli americani ne manca almeno una, con la quale sopravanza da sola le nostre: l'abolizione della pena di morte. Difetto che fa di quel Paese una riproduzione in grande di un costume da gangster. In Texas, pochi anni fa, un condannato a morte, prima di venire giustiziato, ha chiesto di fumare una sigaretta. Gliel'hanno negato. Motivo: il fumo nuoce gravemente alla  salute.

30 /11/2006 (pagina 27)

 PIRANDELLO E IL BUCO DELL'OZONO
di Pino Caruso

Il mondo sembra sconvolto. Il cielo la terra, il mare sono in subbuglio. I ghiacciai si sciolgono. Temperature primaverili si segnalano anche al nord. A Palermo si fanno i bagni come d'estate. Si tratterebbe, almeno secondo giornali e telegiornali, dell'inverno più caldo degli ultimi duecento anni. Il che, detto sommessamente, sta comunque a significare che gia due secoli or sono un inverno così c'era gia stato, e non poteva certo ascriversi all'effetto serra, allora inesistente. Non voglio con ciò negare che l'effetto serra abbia rilevanza (ne ha, ne ha - lo vedremo più avanti), ma soltanto suggerire maggior cautela nell'attribuirgli ogni sorta di conseguenza nefasta. Di segno opposto al mite inverno che stiamo vivendo, ma altrettanto fuori luogo (quasi che le diverse stagioni si avvicendassero non secondo calendario - una dietro l'altra - ma pressoché a caso, all'interno di una stessa stagione), si sono manifestati, in questi ultimi anni, in Italia e nel resto d'Europa, per non dire dell'intero pianeta, alcuni fenomeni, quali inondazioni, smottamenti, alluvioni e calamità varie, creando qualche preoccupazione e molti disagi, quando non di peggio. Siamo all'inizio della fine del mondo? Vediamo. Mi è capitato, tempo fa, di acquistare da un venditore di libri usati centinaia di vecchie copie di La Domenica del Corriere. Stavano su una bancarella accatastate in modo casuale. Il libraio mi chiese: «Quanti chili ne vuole?» Le vendeva a peso. Le comprai tutte e, sistematele in ordine cronologico, le feci rilegare. Datano dal 1902 (il settimanale era apparso per la prima volta nelle edicole l'8 gennaio del 1899) al 1955. Mi aveva mosso al loro acquisto la curiosità di leggervi le cronache dell'epoca. Ed ecco che, proprio in questi giorni, sfogliando una Domenica del 1907, m'imbatto in un articolo sugli effetti devastanti in Italia del maltempo. Ve ne do una sintesi, senza modificarne il senso: «L'ingrossarsi dei fiumi, il tracimare delle acque, gli allagamenti, le frane, frequenti e presenti da sempre nella storia italiana, son dovuti al sistematico e continuo disboscamento teso a far posto a campi coltivati». A distanza di un secolo, quell'articolo conserva un'attualità preoccupante. Basterà sostituire il riferimento ai 'campi coltivati, con quello alla speculazione edilizia, per averne perfetto disegno dell'Italia di oggi. Non c'è dunque da guardare soltanto il cielo e cercarvi l'alibi dell'effetto serra, che si ritiene abbia scombinato il clima, per spiegare come nel nostro bel Paese una naturale burrasca, un normale temporale, un semplice acquazzone, benché violento, determini sempre e comunque disastri. Il tempo fa il suo mestiere. Siamo noi a non avere ancora imparato il nostro: quello di un comportamento responsabile. Non è fatto nuovo che i ghiacci del polo si sciolgano dando luogo al crescere di fiumi e mari. Periodi glaciali si sono sempre alternati a periodi torridi. Ma la natura non manomessa dagli uomini, per quanto stravagante, almeno in apparenza, ha sempre trovato i suoi contrappesi. Contrappesi che, seppur concepiti (vedi il protocollo di Kyoto), l'uomo non ha ancora posto in essere. Oggi, infatti, ad aggravare la violenza delle intemperie, a provocare bizzarrie meteorologiche, contribuisce in modo consistente (e, se non si corre ai ripari, forse anche irreversibile) il buco dell'ozono. Ma quel buco non si è prodotto da sé. Né l'inquinamento dell'aria e delle acque è evento naturale. E posso persino capire che sia stato facile inquinare i fiumi, i laghi e il mare: stanno lì poggiati sulla terra - sono, diciamo, a portata di mano, ma come abbiamo fatto a bucare il cielo, francamente mi sembra impresa umana che sarebbe ammirevole se non fosse suicida. E chissà se si potrà mai ricucire quel buco, come faceva mia madre con i miei pantaloni corti, quando li strappavo giocando. Erano strappi da povero, niente di cui vergognarsi. Ma che si potesse strappare il cielo, che non sta poggiato da nessuna parte (e potrebbe anche essere campato in aria!), nessuno lo immaginava. E che strappo, poi! Uno strappo da ricchi. E con esiti che per il nostro pianeta si prevedono letali. Lo dicono gli scienziati. Lo avevano intuito i poeti.


Pirandello, nel suo romanzo Il fu Mattia Pascal , attribuisce al protagonista (Mattia Pascal, appunto) - che assiste in un teatro dei pupi a una rappresentazione della tragedia di Oreste - una fantasia, quasi una visione, che il personaggio esprime così: «Se nel momento culminante, proprio quando la marionetta, che rappresenta Oreste, è sul punto di vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, Oreste sentirebbe ancora gli impulsi della vendetta, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero sulla scena e si sentirebbe cadere le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò: in un buco nel cielo di carta». Sorprendente metafora, vista con gli occhi di oggi. Sorprendente per la precisione, anche se Pirandello non pensava certo al buco dell'ozono e all'effetto serra. Ma così come la marionetta dallo strappo del suo cielo di carta, trarrà la consapevolezza d'essere di legno, di essere marionetta, e ne sarà distratto - sicché quella sera la tragedia non si compirà - noi dovremmo dallo squarcio del nostro cielo cavarne la coscienza di essere mortali, e non lasciare che la tragedia si compia. Il poeta, dunque, diventa profeta, quasi nel dettaglio. Inconsapevolmente profeta, ma profeta: «Quello strappo donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero sulla scena... la tragedia moderna consiste in un buco nel cielo». E se ne può dedurre che non gli uomini con i piedi per terra possiedono il senso della realtà, ma i poeti. I poeti, che per definizione hanno la testa fra le nuvole. E magari sarà per quello che i guasti del cielo li vedono meglio. E in anticipo.   

09/3/2007 pagina 28