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 COSÌ PARLÒ ZARATUSTRA

Che mi mangio oggi?

È la domanda più antica che l’uomo si sia mai posta. La prima in assoluto. Prima di pensare, di fantasticare, di inventare, di usare la mente si preoccupò della pancia. Prima di dire: “Cogito ergo sum”, disse: “Mangio, dunque esisto”. E quando due milioni e mezzo di anni dopo Socrate disse. “Conosci te stesso”, lo poté dire perché aveva già mangiato. Come aveva già mangiato Amleto quando si chiese se era meglio vivere o morire. Anche perché simili pensieri, e altri che attengono alla filosofia, alla metafisica, a pancia vuota non nascono, sommersi come sono dal pensiero primario: che mangio oggi? Pensiero e bisogno ineludibili, ché una pancia vuota si lamenta, mentre un cervello vuoto non si lamenta mai. Da qui deriva che tutti riempiono la pancia e solo pochi il cervello. Disparità che si può capire: il cibo costa, mentre l’ignoranza è gratis: ecco perché è così diffusa.
Ma cominciamo dall’inizio. Il primo uomo apparso sulla terra conosceva solo il bisogno di nutrirsi. E aveva un problema, anzi due: come farlo e con che cosa farlo. Oggi è facile: ci sono i supermercati e ogni cibo ha la sua etichetta. Ma allora, il criterio di scelta, prima di appartenere al gusto, apparteneva alla sopravvivenza: in natura non tutto era commestibile, un veleno poteva nascondersi ovunque: in un fiore, in un frutto, in un’erba, in un albero. Ma come faceva l’uomo a scegliere, a capire se un cibo era buono O no? Semplice: se lo mangiava. Se non moriva, era buono. E spargeva la voce. E se moriva, la voce la spargeva un altro.
Essere costretti a scegliere, tuttavia, è stato lo stimolo primario che ha consentito al nostro cervello di evolversi. Essere onnivori, poi, ci ha spinti ad allargare i nostri confini, a impadronirci del mondo, a colonizzare ogni spazio possibile e con ogni mezzo, anche il più efferato. Non siamo affidabili, in ogni senso; e siamo capaci di tutto, anche di fare del bene. Ma inteso come eccezione. In passato ci siamo mangiati l’un l’altro. E ancora oggi mangiamo di tutto: i cinesi si mangiano i cani, gli indiani le formiche e le cavallette arrosto, e gli americani hanno il coraggio di mangiarsi gli hamburger e gli hot dog. Non si può negare che godiamo del piacere della varietà. La controindicazione, oggi, nei paesi ricchi, è una specie di ansia provocata da un'offerta eccessiva. E così mentre mezzo mondo corre il rischio di morire di fame, l’altro mezzo corre il rischio di morire mangiando: o perché mangia troppo o perché mangia male. Il che, per certi versi, riconduce all’antica necessità di scegliere tra il cibo buono e quello cattivo.
Scelta che un ratto (altro animale onnivoro) deve operare da solo e, da solo, cioè senza l’ausilio di conoscenze pregresse, capire (e ricordare) cosa gli fa bene e cosa gli fa male. Un essere umano, invece, può contare non solo sui sensi e la memoria, ma anche su una cultura che con­serva l'esperienza e il sapere accumulato dagli innumerevoli assaggiatori umani che lo hanno preceduto. Molti dei quali sono morti si può dire a scopo didattico.


Ma la differenza fra chi mangia tutto e chi mangia sempre lo stesso cibo, è che chi mangia tutto è costretto a chiedersi: che mi mangio oggi? mentre chi mangia sempre lo stesso cibo ha la risposta incorporata: per un koala, ad esempio, il “pranzo” è tutto ciò che ha la forma, l'odore e il sapore di una foglia di eucalipto. L’uomo, invece, il menu o se lo fa da solo o va al ristorante; ma continua a chiedersi, o lo chiede al cameriere: che mi mangio oggi? La risposta a volte è un’altra domanda: mi mangio le mele normali o quelle biologiche? Interrogativo che contiene un dilemma ma con un’imprecisione di linguaggio; ché le mele che chiamiamo normali non sono per niente normali. mentre le mele normali sono quelle che chiamiamo biologiche, Ma allora perché chiamiamo normali quelle che normali non sono e biologiche quelle che invece sono normali? Perché la perversione ha preso il posto della normalità. Ma normali o biologiche quali preferire? Quelle di produzione locale o quelle d'importazione? E il pesce quale scegliere? quello sel­vaggio o d'allevamento? E che vuol dire pesce selvaggio? Pesce maleducato?
Ed eccoci tornati indietro: che mi mangio oggi? La scelta non è facile: ci aggiriamo perplessi nei mercati, nei supermercati, soppesiamo pacchi, scrutiamo etichette, ci chiediamo il significato di espressioni tipo: “omega tre”, “privo di grassi trans”, “allevato all'aperto”, “amido modificato”, “sciroppo di glucosio”, “fruttosio cristallizzato”, “acido ascorbico”, “acido lattico”? E che cosa saranno mai gli aromi naturali detti TBHQ? E soprattutto, come diavolo sono finiti nelle cose che mangiamo? E da dove vengono? Benché i quarantacinquemila prodotti, in vendita, ripeto quarantacinquemila prodotti (con diciassettemila presunte novità all’anno), sembrino, oltre che di varia provenienza, anche di vario genere e forma, in effetti hanno tutti un’unica provenienza: la Zea mais, una pianta graminacea meglio nota col nome di mais o granturco.
Se è vero che siamo quel che mangiamo, allora è anche vero che abbiamo smesso di essere quello che eravamo e siamo diventati tutti pannocchie di mais travestite da esseri umani: e ci sono pannocchie scienziati e pannocchie preti, pannocchie deputati (le peggiori) e, persino pannocchie presidenti del consiglio; ma di queste c’è un solo esemplare. Pannocchie così non si erano mai viste. Miracoli della scienza!

Insomma il mais o granturco si è infilato ovunque e avrebbe potuto essere un prodotto formidabile se l’uomo, dopo averlo conquistato, facendosi a sua volta conquistare, non fosse riuscito a peggiorarlo. Ora chiunque capirebbe che, a peggiorare una parte del tutto, si peggiora il tutto. Ma l’industria alimentare non prevede conseguenze così scontate e pretende di avere ragione soprattutto quando ha torto. Insegue insomma una logica tutta sua, che della logica ha tutto tranne la logica.
Ed ecco che mi si affaccia alla mente, non so perché, uno scienziato che, a titolo di esperimento, sta addestrando una pulce a saltare attraverso un minuscolo cerchio d’acciaio, al solo comando della sua voce. Dopo un primo salto, lo scienziato toglie alla cimice una zampa e, gridando op! le ordina di saltare. La cimice salta. Lo scienziato toglie alla cimice un’altra zampa e, gridando op! le ordina di saltare. La cimice salta. Lo scienziato toglie alla cimice ancora una zampa e, gridando op! le ordina di saltare. La cimice salta. Infine, lo scienziato toglie alla cimice l’ultima zampa e, gridando op! le ordina di saltare; ma questa volta la cimice non salta. Lo scienziato ne deduce che le cimici senza zampe diventano sorde.

Ma come e quando nasce il matrimonio dell’uomo bianco con il mais? Tutto ebbe inizio nella primavera del 1621, quando, l'indiano Squanto (conosciuto anche come Tisquantum), insegnò ai Padri Pellegrini come coltivarlo. Per gratitudine, i Padri Pellegrini gli sterminarono in nome di Dio tutti i parenti e quasi tutti gli indiani come lui, riducendoli a una minoranza da mostrare in futuro ai turisti o da raccontare nei film: dove gli indiani erano sempre i cattivi, e i bianchi, che li combattevano, naturalmente in nome della civiltà, sempre i buoni. Questa immagine si è perpetuata quasi sino ai nostri giorni nei modi più disparati; il più disparato dei quali era il seguente: se in battaglia i bianchi sconfiggevano gli indiani, si parlava di vittoria; se gli indiani sconfiggevano i bianchi si parlava di massacro.


Ma torniamo al mais. I coloni si resero subito conto che si trattava di una pianta più duttile del grano e più prodigiosa, dalla quale si poteva ricavare sia un alimento di immediato consumo, sia una riserva di cibo, nonché una fonte di fibre tessili, di mangime per gli animali, di combustibile e persino di generi di conforto e di alcool.
Dal mais, schiacciato e fatto fermentare si ricavava la birra e si distillava il whisky. E il whisky divenne subito la bevanda più popolare di tutto il far west. La produzione aumentò, ma più aumentava la produzione e più si abbassavano i prezzi. Il senso comune avrebbe suggerito di diminuire la produzione di mais e di whisky; ma il senso comune si rivelò così poco comune che quando il prezzo del mais scese, invece di produrne di meno, i coloni ne produssero di più. Fu allora che sul mercato nel gioco della domanda e dell’offerta, si affacciò l’offerta senza che ci fosse la domanda. Cioè, si inventò il bisogno dove il bisogno non c’era; sicché il superfluo, cioè il whisky, divenne necessario e fu venduto in tutto il mondo - dando così ragione a Oscar Wilde, che affermava di potere fare a meno del necessario purché non gli togliessero il superfluo.

Ad alimentare il bisogno del superfluo, cioè del whisky, ha contribuito il cinema americano e il mito del west. Bere whisky rendeva tutti partecipi di quel mondo; faceva sentire tutti cow boy come John Wayne quando irrompe in un saloon e chiede un doppio whisky liscio - dando luogo a un rituale divenuto famoso: quello del bicchiere colmo di liquore che, lanciato dalla mano del barman, scivola sulla superficie del bancone verso le mani del bevitore, che lo afferra al volo e lo tracanna tutto d’un fiato.
Oggi il mito che l’America propone è la carne nelle sue forme peggiori. È per questo che in Europa tutti mangiano hamburger e hot dog e si sentono Silvester Stallone e Arnold Swarzenegger. Come dire: gli europei hanno colonizzato l’America e l’America ora ricambia la cortesia.
Ma gli americani non mangiano carne per necessità o per gola, la mangiano per consumare ciò che il mercato offre, o meglio: ciò che il mercato impone. Il che, come accadde per il whisky, rovescia il rapporto del consumatore con ciò che mangia: non è più la bistecca al servizio dell’uomo, ma l’uomo al servizio della bistecca. Non si produce più tanta carne quanta se ne consuma, ma se ne consuma quanta se ne produce. Dove questo porti non si sa. Ma l’uomo, anche se non sa dove va, ci va lo stesso.
La svolta nel processo di industrializzazione della catena alimentare avvenne nel 1947, quando una fabbrica di munizioni convertì una sostanza chimica, il nitrato d’ammonio (che nella seconda guerra mondiale era stata usata per produrre esplosivi e pesticidi) in concimi sintetici. Si era capito che l’azoto contenuto nel nitrato d’ammonio poteva svolgere la stessa attività che svolgono i batteri nelle radici delle piante.


Mancava però il carbonio, altro elemento indispensabile per la vita. La soluzione si trovò nel petrolio; e così, un agricoltore, che prima coltivava la terra catturando energia solare tutto l’anno, oggi per produrre un quintale di mais ha bisogno di 475 litri di greggio. Crediamo di mangiare mais o un suo derivato, in effetti ci nutriamo di petrolio. Temo che ci aspetti un futuro dove i neonati non succhieranno più latte dai biberon ma benzina dalle pompe di benzina, e gli animali si abbevereranno direttamente ai pozzi di petrolio.
Ma un animale, alimentato in questo modo, che vita conduce prima di diventare una fettina sul nostro piatto? Per saperlo ho deciso di comprarmene uno, e di seguirlo dai suoi primi mesi di vita in avanti.

 

Ho degli amici a Sturgis, nel sud Dakota: i coniugi Blair e figli. Fanno gli allevatori. Sono andato a trovarli. E gli ho manifestato la mia intenzione di acquistare un manzo. Mi hanno consigliato di scegliere un esemplare con groppa larga e dritta e garrese muscoloso. L’ho cercato in mezzo a un mare di Angus neri, razza pregiata di bovini. Lo volevo con il muso largo in modo che fosse facile riconoscerlo. Pochi attimi dopo aver posato lo sguardo sulla novantina di manzi del recinto, quello che sarebbe diventato il mio manzo sporse la testa oltre lo steccato e mi guardò negli occhi. Aveva otto mesi e recava una frezza bianca sulla fronte. Lo pagai 598 dollari e non possedeva un nome ma un numero, il 534. Lo lasciai lì, al Ranch, a pensione completa per la modica spesa di due dollari al giorno. Mi ripromettevo di tornare a trovarlo appena possibile.

Tornai a novembre.
Il ranch dei Blair occupa qualcosa come duemilacinquecento ettari di ondulati terreni di prateria a erba bassa. La terra è coperta da un manto lussureggiante d’erba dorata, che oscilla al vento incessante della prateria.
Il mio manzo, il numero 534, ha trascorso i primi sei mesi della sua vita in questi pascoli rigogliosi, accanto a sua madre. Poi ha iniziato a integrare il latte materno con qualche boccone di erbe locali formato da vari tipi di graminacee.
Ma, stranamente, da lì a poco il mio manzo non avrebbe mai più avuto l’opportunità di brucare erba. Perché? perché… Perché i bovini che si nutrono d’erba, al contrario dei bovini che si nutrono di mais, impiegano troppo tempo a raggiungere il peso giusto per essere macellati. Ed è per ciò che, negli ultimi cinquant’anni, l’ingegno umano si è dedicato tutto ad abbreviare la permanenza dei manzi su questa terra. Negli anni trenta si macellava a quattro, cinque anni. Negli anni Cinquanta si era scesi a due‑tre. Oggi si macella a quattordici‑sedici mesi. Se riusciremo a farlo in un giorno, un manzo non farà a tempo a nascere che già sarà morto.
Per portare un manzo da quaranta a cinquecen­to e passa chili in quattordici mesi, occorre una quantità enorme di mais, integrato con proteine e grassi, nonché un arsenale farmaceutico. È così che siamo riusciti a trasformare la car­ne da alimento di lusso per pochi, a pietanza a basso costo per tutti. Ma quella che sembra una sorta di democrazia alimentare, in realtà condanna ancora una volta i poveri ad avere la peggio: la carne, quand'era buona se la mangiavano solo i ricchi; oggi che è cattiva se la mangiano anche i poveri.
Ma la parte più interessante, nonché impressionante della nostra storia comincia con il viaggio che 534, il manzo, e io abbiamo fatto a gennaio (con mezzi ovviamente diversi) dal ranch dei Blair a Poky Feeders, una città di allevamento intensivo di animali. Città premoderna, brulicante, sporca e puzzolente, con fogne a cielo aperto, strade sterrate e aria soffocante, che le nuvole di polvere rendono quasi solida. Una vera e propria città dell’orrore.

Ho passato un giorno intero a Poky Feeders, camminando per le sue strade, osservando i suoi abitanti, in prevalenza animali, visitando attrazioni turistiche mostruose, la più curiosa, delle quali è una imponente macchina per mangimi, la cui ombra lunga fa capire come questa città sia costruita su una montagna di mais, (miscelato con i vari farmaci, che un ruminante deve assumere per tollerarlo) e navighi praticamente su un mare invisibile di petrolio. Come una cosa così appaia sensata, è quello che ho cercato di capire durante la mia visita.
Era naturale iniziare dalla macchina che macina il mangime: il centro pulsante dell’allevamento, che guidato da un computer prepara tre pasti al giorno per trentasettemila animali. Ogni giorno, cinquecento tonnellate di granaglie entrano nella macina. Ogni ora, un rimorchio arriva alla porta di carico e butta dentro altre cinquanta tonnellate di mais: l’autista apre una valvola nella pancia del camion e ne fa scaturire un getto dorato, che attraverso uno scivolo entra all’interno della grande macchina. Dall’altra parte dell’edificio, le autocisterne pompano in appositi silos migliaia di litri di grassi liquidi e supplementi proteici. In una baracca che si trova lì vicino si trovano fusti di vitamine ed estrogeni sintetici, oltre a cassoni pieni di sacchi da venticinque chili di antibiotici. Insieme con fieno ed erba medica tutti questi ingredienti saranno automaticamente miscelati e poi convogliati nel carosello di camion che tre volte al giorno si dipana da qui per andare ad alimentare i tredici chilometri di mangiatoie di Poky Feeders, affollate di animali che presto saranno macellati per diventare le nostre bistecche. La vita breve e infelice di un manzo ingrassato a furia di mais in un allevamento intensivo senza che l’uomo ne abbia rimorso e vergogna, rappresenta il trionfo supremo della logica industriale rispetto a quella evolutiva; ma anche il trionfo del cinismo e della stupidità umana: queste bistecche di manzo tirato su a granturco sono molto peggio per la nostra salute delle bistecche di animali che si sono nutriti con l’erba. Ciò che fa male agli animali, fa male anche all’uomo che li mangia. E viene il sospetto che gli animali non potendosi difendere da vivi, si vendichino da morti.
Non per altruismo, dunque, dovremmo rispettare la natura e le bestie che ne sono parte, bensì per egoismo. Ma sembra che non siamo più capaci nemmeno di essere egoisti.
Il capo indiano Sioux, Tatanka Iyotake (Toro Seduto), disse più un secolo fa, ma sembra che lo dica oggi: “Quando l’uomo bianco avrà inquinato l´ultimo fiume, abbattuto l´ultimo albero, preso l´ultimo bisonte, pescato l´ultimo pesce, solo allora si accorgerà di non poter mangiare il denaro accumulato nelle sue banche”.
Mezzo secolo dopo gli faceva eco Gandhi, “La Terra – disse - ha risorse per tutti, ma non per l’avidità di tutti”.

Un altro problema delle diete ricche di mais è l’acidosi. Lo stomaco delle mucche in natura è un ambiente neutro, al contrario del nostro che è fortemente acido. Il mais altera il pH e lo acidifica, causando una sorta di ulcera bovina che può arrivare ad uccidere l’animale. Gli esemplari affetti da acidosi rifiutano il cibo, ansimano e sbavano, raspano con le zampe fra le zolle, si strofinano il ventre al suolo e mangiano la terra. Conseguenze possibili: diarrea, ulcere, gonfiori, infiammazioni al rumine, malattie epatiche e un generale indebolimento del sistema immunitario che rende l’animale vulnerabile a tutte le malattie da allevamento: polmonite, coccidiosi, enterotossiemia, poliomielite, eccetera.
Ecco cosa è riuscito a combinare il mais nelle mani e per volontà dell’uomo: ha industrializza­to quel miracolo della natura che è un ruminante, trasfor­mando un perfetto organismo alimentato a er­ba, pascoli e luce solare, in una macchina di consumo. L’umanità con la sua supponenza ha inventato un mondo artificiale che, forse, le è sfuggito di mano, e non capisce nemmeno più; un mondo dove, inesorabilmente, si muore poco per volta, alla giornata. Buon appetito.